La maledizione del marmo apuano

09 Jan 2020 - Jacopo Simonetta
XR Magazine Provvedimenti



Le cave di marmo di Carrara - Edward Burtynsky


A ridosso delle ferie natalizie il Comune di Massa (Toscana) ha approvato l'apertura di ben sette nuove cave, alcune poste oltre i 1600 m di altezza e dentro il territorio del Parco Regionale delle Alpi Apuane. Quello del marmo apuano è un affare in cui alcune decine di persone si arricchiscono in modo difficile da credere, un paio di migliaia ne ricavano un buono stipendio; mentre più di 200.000 pagano molto caro, senza neppure accorgersene. Senza considerare le perdite che riguardano l'umanità intera, visto che proprio queste montagne sono uno "hot spot" di biodiversità a livello europeo e mondiale.

Massa si è mossa. Il 4 Gennaio 2020, nelle strade di Massa si è svolta l’ennesima manifestazione contro il saccheggio delle montagne Apuane. La manifestazione è stata indetta dopo che il Comune di Massa ha approvato, nella seduta del 23 dicembre 2019, l’apertura di ben sette nuove cave, alcune poste oltre i 1600 m di altezza e dentro il territorio del Parco Regionale, di fatto in contrasto con la legislazione nazionale vigente1.

La novità è stata che anche gruppi che finora si erano tenuti al margine della diatriba hanno finalmente deciso di unirsi alla protesta, cosicché in piazza c’erano forse 2.000 persone. Forse eravamo ancora troppo pochi per cambiare la politica dei comuni e di conseguenza del Parco e della Regione, ma potrebbe essere un segnale di risveglio da parte di una popolazione che finora ha subito la devastazione della montagna e l’inquinamento del bacino idrico più importante della Toscana senza opporsi. Ma il marmo, si risponderà, non è forse la ricchezza economica, oltre che culturale delle Apuane? Questo articolo vuole essere un contributo per capire perché non lo è più.

Che la sistematica distruzione delle montagne rappresenti una catastrofe ambientale irreparabile e definitiva è evidente a chiunque; come sono risaputi i danni derivanti dall’inquinamento delle acque, dell’aria nei centri abitati, i costi esorbitanti per la manutenzione della viabilità, il seppellimento di pendici, valli e sorgenti sotto cumuli di detriti e molto altro ancora. Ma le amministrazioni di ogni livello continuano ad incentivare l’estrazione con permessi a dir poco discutibili e finanziamenti pubblici adducendo ragioni economiche. Per questo, in questo articolo, ci concentreremo esclusivamente su questo aspetto: le cave di marmo arricchiscono od impoveriscono la gente apuana?

post-picture L’immagine delle cave di Carrara utilizzata per una delle locandine del film “Antropocene”


In effetti, ad un primo sguardo, i fatturati sono notevoli. Stando ai bilanci pubblici, depositati presso le Camere di Commercio, una cava di medie dimensioni rende al proprietario/gestore dai 5 ai 10 milioni l’anno, al netto di tutte le spese e di tutte le tasse. Eppure, i comuni più poveri della zona sono quelli che hanno più cave; Massa e Carrara sono due delle città più povere della Toscana, fra la più povere d’Italia. Perché?

Una premessa

Qualunque processo industriale si alimenta di risorse e produce contemporaneamente beni/servizi da un lato, costi ambientali e sociali dall'altro. Come il bilancio aziendale è dato dal rapporto fra costi e ricavi, anche il bilancio della comunità dipende da questo rapporto e quelli che sono costi per le aziende (come stipendi e tasse) sono “entrate” per la collettività. Viceversa, una serie di spese dirette (ad es. costruzione e manutenzione delle strade) e indirette (ad es. distruzione della risorsa, traffico, incidenti, inquinamento) che risultano dalle attività industriali sono i costi che la popolazione si accolla per permettere alle aziende di lavorare e fare profitto.

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Schematicamente, come nel grafico sopra, possono quindi darsi quattro combinazioni: se il bilancio aziendale e quello collettivo sono entrambi in positivo, l’attività è economicamente sostenibile (non necessariamente lo sarà anche dal punto di vista ambientale, ma in questo pezzo non ce ne occuperemo). Se il conto è positivo per la comunità, ma negativo per l’azienda, questa chiude, come anche nel caso in cui entrambe le contabilità risultino passive. Infine, se il bilancio è positivo per l’azienda, ma negativo per la collettività, è chiaro che investitori e lavoratori faranno di tutto per mantenere la loro attività, anche se questo impoverisce tutti gli altri. Oggi, questo è un fenomeno molto diffuso ed il marmo apuano rappresenta un caso da manuale di questa dinamica.

L’industria lapidea in Versilia

Per secoli l’estrazione e la lavorazione del marmo hanno costituito una delle basi economiche delle Apuane e dintorni, contribuendo in modo sostanziale a delinearne l’ambiente, il paesaggio, la storia e la società. Nel corso degli ultimi 40 anni circa, il settore è però andato incontro a progressivi cambiamenti nella sua struttura tecnica, operativa, economica e finanziaria, modificando in modo sostanziale i tradizionali rapporti fra il settore lapideo stesso, il territorio e la società. In particolare, la sempre più spinta meccanizzazione ha comportato un fortissimo aumento dei volumi estratti e dei consumi di energia, a fronte di un lieve calo della manodopera impiegata nelle cave.

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Nel contempo, la quota di mercato rappresentato dall'esportazione dei blocchi grezzi è salita del 54% a discapito della vendita di materiali lavorati in loco, diminuiti del 65%, cosa che ha comportato invece un vero tracollo nella manodopera e dell’indotto derivanti dalla lavorazione. Per soprammercato, le superstiti ditte locali di lavorazione subiscono un sempre più feroce “dumping” da parte di prodotti lavorati all'estero a partire dai blocchi apuani esportati grezzi, non di rado con tecnologie parimenti esportate dalle ditte massesi e carrarine.

Di conseguenza, mentre si verifica una continua contrazione nel numero di aziende e di addetti, i costi ambientali e sociali aumentano. Sono questi costi che non figurano nei bilanci aziendali che vanno sotto il termine tecnico e vagamente cinico di “esternalità”.

Il punto è che, come qualsiasi altra attività industriale, l’estrazione e lavorazione del marmo comporta una serie di vantaggi e di svantaggi, ma mentre i vantaggi sono correlati al fatturato ed al numero di addetti, gli svantaggi sono proporzionali ai volumi di materiale mosso. È quindi evidente che la spinta ad aumentare i quantitativi, abbassando i costi unitari e la manodopera impiegata crea una situazione perversa in cui i vantaggi gradualmente diminuiscono, mentre gli svantaggi aumentano.

Circa 10 anni fa a Seravezza organizzammo un gruppo misto di naturalisti ed operatori del settore lapideo per svolgere una ricerca preliminare su questi temi e ci concentrammo su tre fasi critiche della filiera che viene ipocritamente chiamata “coltivazione delle cave”: escavazione, trasporto a valle, segagione e prima lucidatura delle lastre. Per ognuno di questi passaggi sono state valutate le principali spese inerenti i costi aziendali (stipendi, tasse, acquisto di beni/servizi, ecc.) ed esterni (consumo risorse, inquinamento, impatto sulle infrastrutture pubbliche, consumo di suolo, ecc.). Abbiamo poi considerato il valore commerciale medio del materiale in entrata ed in uscita da ogni fase della filiera e, quindi, abbiamo avanzato un’ipotesi di saldo aziendale e di saldo collettivo.

Le cifre si riferiscono ad una “tonnellata tipo”, vale a dire sui valori medi di una tonnellata costituita per il 15% da blocchi squadrati, 15% da blocchi informi e 70% da pietrame. Le cifre sono ai valori del 2008, ma ai nostri fini quello che conta sono le proporzioni fra i diversi costi e ricavi, non la cifra assoluta.

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La prima osservazione che balza agli occhi è che tutti i passaggi presentano un saldo collettivo negativo, così da piazzare l’attività lapidea nell'area economica in cui il bilancio risulta attivo per le aziende e gli addetti, ma negativo per la collettività. Tuttavia, tale saldo passivo risulta di importanza assai diversa a seconda delle fasi.

Nel trasporto e nella lavorazione, infatti, il passivo collettivo appare inferiore al profitto aziendale. Ciò significa che, almeno teoricamente, sarebbe possibile imporre una serie di compensazioni e mitigazioni tali riportare sostanzialmente in equilibrio la situazione. Viceversa, nell’estrazione le esternalità sono superiori di un fattore dieci al valore commerciale del prodotto. Questo dato da solo, per quanto preliminare, rende evidente che, nelle condizioni attuali di mercato, l’attività di cava di per sé comporta una perdita di ricchezza collettiva considerevole e non realisticamente compensabile. E ciò malgrado le aziende interessate realizzino guadagni consistenti e gli addetti percepiscano stipendi di tutto rispetto.

Un’altra considerazione che risulta evidente, è che l’esportazione di materiale grezzo è vantaggiosa per le ditte, mentre rappresenta una grave perdita per la comunità. Una perdita empiricamente ben nota, ma che abbiamo ipotizzato nell'ordine di oltre 150 € perse per tonnellata di roccia scavata.

Ciò porterebbe a considerare l’industria lapidea come del tutto negativa, ma il problema non è così semplice in quanto nel bilancio sociale le perdite sono rappresentate da costi indiretti ed in parte dilazionati nel tempo, mentre i vantaggi sono diretti ed immediati. Fra questi, ovviamente, il principale è l’occupazione.

Abbiamo quindi stimato, come ordine di grandezza, quanta parte della montagna sia necessario rimuovere per generare un posto di lavoro nelle tre fasi della filiera. Ne è emerso che, mentre per far lavorare un operaio in fabbrica è necessario distruggere annualmente circa 1.000 ton. di roccia (circa 300 mc), per far lavorare un cavatore ne sono necessarie dieci volte tanto (10.000 ton. di roccia), mentre per far lavorare un camionista si arriva alla cifra di circa 200.000 ton./anno!

Infine, abbiamo considerato anche quando rende/costa all'azienda ed alla società un addetto a queste tre, diverse fasi della filiera.

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Per quanto tutti questi dati siano approssimativi, è evidente che la collettività si fa carico di costi considerevoli per permettere ad un certo numero di persone di lavorare, ma in misura molto diversa a seconda del lavoro che fanno. Anche da questo punto di vista infatti, il costo sociale di un camionista o di un operaio in fabbrica potrebbero essere riportati sotto controllo con opportuni provvedimenti, mentre ogni singolo cavatore rappresenta un buco da oltre 1.000.000 di euro all'anno che vanno spalmati in parte sulla collettività locale, in parte su quella globale. Qualcosa come 3.000 o 4.000 € l’anno a cranio per ognuno degli abitanti del bacino apuano, secondo un calcolo prudente.

Per fare un esempio clamoroso, ma non isolato, la “Strada dei Marmi” (una strada realizzata ad esclusivo uso delle cave) è costata 120 milioni per la realizzazione e ne costa altri 1,3 all’anno di manutenzione (più gli interessi sui 97 milioni di debiti fatti dal comune per realizzarla), mentre i 600 camion che vi transitano quotidianamente lo fanno gratis, malgrado il trasporto a valle sia la più lucrosa delle tre fasi considerate.

Un altro esempio ancor più spettacolare è il porto di Carrara che fu realizzato e viene mantenuto sostanzialmente a spese del contribuente e serve soprattutto per esportare marmo grezzo. Non solo è quindi funzionale al saccheggio delle montagne e della comunità locale: ha anche causato l’erosione e la scomparsa di 13 chilometri di spiagge e ancora si parla di ampliarlo.

All’epoca, il nostro gruppo di studio concluse con la raccomandazione di calmierare l’estrazione, limitarla alle sole cave che danno una buona percentuale di marmo lavorabile e vietare l’esportazione del materiale grezzo. L’idea era che ciò avrebbe potuto resuscitare le attività di lavorazione in loco, così da aumentare considerevolmente l’occupazione, pur riducendo i volumi estratti.

Inutile dire che la politica delle amministrazioni e delle aziende è e rimane esattamente contraria, sia perché è più redditizio e meno complicato esportare i blocchi, sia perché il marmo non è l’unico prodotto delle cave. Per una larga maggioranza di imprese (dati Legambiente Massa) l’estrazione del marmo è anzi solo un pretesto per tritare la montagna. Ridotte in polvere, le Apuane forniscono infatti guadagni forse ancora superiori al marmo in blocchi perché il carbonato di calcio praticamente puro di cui sono fatte è richiestissimo come materia prima per molte filiere industriali: dalla carta, ai pigmenti, colle, ammendanti agricoli, materiali da costruzione e numerose applicazioni nell’industria alimentare dove serve a migliorare il colore e le caratteristiche organolettiche del cibo trasformato, oltre che ad aumentare il peso di derrate che poi si venderanno un tanto al chilo.

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Perché?

Nessuna meraviglia quindi che Massa e Carrara, i comuni del marmo, siano così poveri, semmai stupisce che le persone non si ribellino.

A parte le vicende di cui si occupa la magistratura, bisogna innanzitutto considerare che per gli imprenditori ed i lavoratori del settore i vantaggi sono consistenti e diretti, mentre per il resto della popolazione i costi sono indiretti e difficili da identificare, spalmati su tutti. Risulta quindi che mentre i primi hanno i mezzi e la volontà di organizzarsi per difendere i propri interessi, la massa delle persone subisce senza neppure rendersi conto di pagare. Tornando all’esempio della Strada dei Marmi, molti massesi hanno plaudito all’opera perché apparentemente toglieva i camion dal centro cittadino, senza accorgersi che erano loro stessi a pagare per questo e non coloro che su quei trasporti lucrano milioni.

Un secondo motivo è che gli imprenditori del marmo sono gli unici a disporre in zona di grosse quantità di denaro e non hanno quindi problemi a pagarsi una capillare rete di supporters, lobbysti e professionisti della propaganda.

Un terzo fattore è invece culturale. Per secoli l’estrazione e la lavorazione del marmo sono state il fulcro economico e culturale delle comunità montane. Per molta gente pensare che oggi questa stessa attività sia diventata una gigantesca macchina per il saccheggio della regione è semplicemente impossibile.

In conclusione, quello del marmo apuano è un affare in cui alcune decine di persone si arricchiscono in modo difficile da credere, un paio di migliaia ne ricavano un buono stipendio; più di 200.000 pagano molto caro, senza neppure accorgersene. Senza considerare le incalcolabili perdite che riguardano l’umanità intera, considerando che proprio queste montagne sono uno “hot spot” di biodiversità a livello europeo e mondiale.


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