Impronte: un viaggio nell'acqua Impronte: un viaggio nell'acqua

Impronte: un viaggio nell'acqua

L'acqua che va, viaggia, viene e diviene. Sentiamo parlare di preziosità. Eppure, come possiamo calcolarla? L'acqua entra in qualsiasi attività umana, qualsiasi catena di montaggio, qualsiasi casa. Allora perché raccontare delle storie? Perché non presentare dei numeri o dei grafici? Perché pensiamo che l'acqua non abbia prezzo. Perché l'acqua non si consuma e nemmeno si rinnova. L'acqua circola e viene messa in circolo, prelevata, spostata. A volte venerata, a volte dissacrata. Ma non solo: fluisce e porta con sé storie di persone, tradizioni, passati e futuri.

In questa pagina troverete i materiali di riferimento per le sei storie che abbiamo affrontato nella performance "IMPRONTE", realizzata all’interno del progetto europeo People&Planet, progetto realizzato da WeWorld e co finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del Programma DEAR - Development Education and Awareness Raising Programme.

Lo scopo della performance è di fare ragionare, avviare un dialogo, creare consapevolezza. Nel Ventunesimo secolo, la comunità dell'acqua è a tutti gli effetti una comunità globale. Indirettamente scambiamo grandi quantità di acqua tramite il commercio internazionale. La quantità però non basta, è necessario parlare anche di qualità: l'acqua è una risorsa ciclica, ma anche in situazioni di apparente abbondanza, gli agenti inquinanti sono un problema serio.

Comprendere le diverse dinamiche dell'uso delle risorse idriche è importante per poter fare scelte informate, sia a livello individuale che attraverso l'azione collettiva, come nel caso dell'attivismo. Rende inoltre possibile concentrarsi sulle soluzioni di maggiore impatto.

In merito a questo, il primo punto da sottolineare è quanto siano unici i consumi di acqua: la geografia, l'economia e il tipo di industria, le abitudini alimentari e domestiche, la densità di popolazione, il tipo di agricoltura praticata e la disponibilità della risorsa idrica stessa rendono ogni luogo unico, quando si parla di acqua. In altre parole, è sempre importante conoscere il luogo in cui ci troviamo. Al tempo stesso, attraverso i consumi indiretti derivanti dalle nostre impronte idriche siamo immediatamente collegati al globale.

L'acqua invisibile

Quando sentiamo parlare di acqua e del consumo che ne facciamo, ancora oggi può capitare di sentire parlare solo ed esclusivamente del consumo diretto, cioè di quando apriamo un rubinetto. Questo consumo, per quanto significativo (in Italia, parliamo circa del 20% per uso civile), va rapportato ad altri tipi di consumi.
Per valutare l'impatto ambientale in termini di acqua abbiamo oggi a disposizione due strumenti:
L'impronta idrica, o water footprint, misura il consumo di acqua legato allo stile di vita individuale, quantificando le risorse idriche impiegate per produrre ogni singolo prodotto, ad esempio:
L'acqua impiegata per fare crescere le verdure che mangiamo, per fare crescere il foraggio di un animale da macello, o ancora, per raffreddare l'acciaio che serve a produrre la nostra autovettura.
Non tutta l'acqua è uguale tuttavia, trattandosi di processi produttivi diversi.
Per questo, viene divisa in acqua verde (acqua da precipitazioni), acqua blu (acqua prelevata da corpi idrici), acqua grigia (acqua impiegata per diluire gli agenti inquinanti). Per una spiegazione più approfondita e dettagliata del concetto, rimandiamo al sito della Fondazione Water Footprint Network.

Un secondo concetto è quello di acqua virtuale: misurando l'impronta idrica delle merci scambiate a livello internazionale, è anche possibile stimare quanta acqua si sposti a livello globale, da un paese all'altro.
Il commercio di acqua virtuale può essere uno strumento utile: permette a paesi poveri in acqua di risparmiare preziose risorse idriche, importando prodotti necessari da altre zone o altri paesi, dove la produzione di questi ultimi richiede meno acqua, grazie a condizioni geografiche più favorevoli.
Tuttavia, è anche possibile che un paese protegga le proprie risorse idriche e importi merci con una forte impronta idrica da paesi che hanno politiche ambientali meno stringenti, come ad esempio nel caso dell'estrazione petrolifera nel Delta del Niger.
Proprio per questo motivo crediamo che sia importante essere consapevoli dei propri consumi, sia locali che globali. Contemporaneamente, è necessario che a livello istituzionale vengano creati degli standard di consumo sostenibile. Come individui non dovremmo mai ritrovarci a dover scegliere tra un prodotto equo e un prodotto che deriva dall'abuso dei diritti umani (tra cui il diritto all'acqua), a prescindere dal prezzo.
Non è una scelta che dovrebbe esistere. La domanda dei consumatori può incidere fortemente su questo, come è già successo per alcuni casi, ad esempio con H&M nei confronti del cotone uzbeko.

Oro bianco, oro verde, oro nero

E' spesso difficile individuare l'origine di un prodotto. Le materie prime si perdono nei meandri della logistica internazionale, a volte quello che viene prodotto in un luogo viene assemblato con materie prime da tutt'altra parte. Così anche seguire l'acqua diventa complicato: seguire i 2500 litri di acqua che sono diventati cotone, per poi essere cuciti altrove, e arrivano a noi. 2500 litri per una maglietta non sono forse tanti, se non fosse che siamo costantemente invitati a rinnovare il nostro guardaroba, sempre più di frequente. Un guardaroba ha un costo in acqua su più dimensioni, dovuti alla produzione delle materie prime ma anche all'inquinamento dei corpi idrici durante il processo di manufattura e tintura.
Il costo nascosto del cotone viene spesso scaricato su terzi: come nel caso del lago d'Aral, un tempo luogo di pesca, ora prosciugato (vedi approfondimento sul Lago d'Aral in fondo alla pagina).
Non a caso, sono spesso queste commodities dall'alto valore commerciale (e con un altrettanto importante impatto ambientale) a finire per essere chiamate "cash crops": oro bianco, il cotone.
L'oro verde è invece l'avocado: l'impronta idrica di quest'ultimo varia molto a seconda del luogo di produzione ma può arrivare a 300 litri per un singolo frutto. La nomea di oro verde è recente ed è dovuta principalmente al mercato dei consumatori europei e nordamericani, spesso spinti da campagne di marketing che hanno proposto l'avocado come un cosiddetto superfood: in altre parole, il benessere importato al prezzo della deforestazione del Messico o dei conflitti idrici in Cile, a Petorca.
Qui assistiamo ad un evidente caso di "guerra dell'acqua", dove entità private monopolizzano l'acqua bene comune per produrre un bene di lusso destinato all'esportazione, senza ridistribuire i profitti e lasciando la valle a secco.
Questa dinamica, in cui il costo ambientale e sociale delle politiche estrattiviste si fa sentire sulla pelle di terzi (invece di essere presa a carico dal sistema produttivo), sembra essere il filo conduttore quando si parla di oro, qualunque sia il colore.
Ancora una volta, l'acqua è fondamentale nel processo estrattivo minerario, e così anche per l'oro, il materiale che associamo al divino e al valore assoluto: eppure è proprio nell'estrazione di questo che l'acqua viene inquinata, spesso in modo irrimediabile.
I materiali estratti dalle miniere contegono solo una minima parte di minerali utilizzabili. Per una tonnellata di rame, 99 tonnellate di roccia devono essere scartate; per un anello d'oro (dai 3 ai 7 grammi), la proporzione aumenta e comporta 3 tonnellate di roccia. La crescente meccanizzazione dell'industria ha reso possibile lo sfruttamento di siti meno "densi" per quantità di materiali desiderabili, giacimenti che in precedenza non era economico sfruttare.
L'uso dell'acqua disponibile a basso costo è una parte fondamentale di questo processo: i minerali preziosi contenuti nella roccia vengono sciolti attraverso l'uso di liquami acidi. L'acqua è anche necessaria per trasportare grandi volumi di roccia.
In questo modo l'acqua viene contaminata, a volte in maniera irrimediabile: l'industria mineraria fa ampio uso delle cosiddette tailings dams, strutture simili a dighe (ma con standard di sicurezza molto più bassi) che hanno lo scopo di contenere l'acqua e gli sterili, cioè i residui minerari non di valore.
Alcune di queste sono permanenti, l'acqua rimarrà lì per sempre, o per secoli: contaminata da metalli pesanti e inquinanti chimici al punto da non potere essere immessa nuovamente nel sistema idrico. Altre hanno costi di smaltimento enormi, che non sono stati calcolati nel piano aziendale iniziale. E se gli standard in generale stanno migliorando, riamane il problema che non sono uguali ovunque nel mondo, e che l'incidenza di fallimenti catastrofici delle tailings dams, è ancora molto alta.
Se quindi il "costo" in acqua di quei 3 grammi di oro è di circa 6800 litri d'acqua, non è un costo paragonabile a quelli visti finora: mentre l'acqua impiegata nella produzione alimentare ritorna in circolo, l'acqua contaminata deve restare isolata e inutilizzata.

Per concludere sull'oro, anche l'oro nero, ovvero il petrolio, riporta dinamiche analoghe: un caso su tanti che vorremmo ricordare è quello di Ken Saro Wiwa, scrittore e attivista nigeriano, nato nel 1941 e giustiziato nel 1995 in seguito ad un processo farsa, messo in piedi dalla giunta militare nigeriana. L'estrazione petrolifera nel Delta del Niger inizia negli anni cinquanta con l'arrivo della Royal Dutch Shell, e diventa ben presto un giacimento di fondamentale importanza per il paese. La Nigeria fino al 1960 è un protettorato britannico, e l'indipendenza arriverà pochi anni dopo, nel 1960.
Queste circostanze sono importanti: è in un ambito ancora coloniale che nasce l'industria petrolifera nigeriana, con la conseguenza che le condizioni estrattive non vengono, negli anni a seguire, monitorate secondo gli stessi standard di altri paesi. A tal punto che è difficile stimare la quantità di greggio rilasciato nel Delta del Niger, una zona acquitrinosa che copre 70.000 chilometri quadrati. Si tratta della zona umida più grande in Africa, ed il terzo bacino idrico per estensione.
Si tratta comunque di quantità enormi, le stime vanno dai 2,4 milioni di barili (stima governativa più conservativa), ai 100 milioni di barili, suddivisi tra migliaia di siti incidentati nel Delta del Niger. Per fare un confronto, il disastro petrolifero Deepwater Horizon ha riversato nell'oceano dai 3 ai 5 milioni di barili.
In una zona acquitrinosa, anche le foreste e i terreni sono periodicamente soggetti ad inondazioni: con l'acqua, il petrolio confluisce ovunque, uccide la vita acquatica, devasta coltivazioni. I diritti umani fondamentali scompaiono.
Ken Saro Wiwa incomincia a dedicare sempre più tempo all'attivismo nel corso degli anni novanta, organizza marce pacifiche contro il degrado ambientale e a favore dei diritti umani, in particolare per il popolo Ogoni, fortemente colpito dal degrado e al tempo stesso privato dei profitti derivanti dall'estrazione. La risposta violenta non si fa attendere, e, tristemente, nel 1993 Wiwa viene arrestato una prima volta, rilasciato, e poi nuovamente arrestato nel 1994 e poco dopo giustiziato.

In questo caso, lo spreco d'acqua compiuto per ottenere un altra risorsa è inquantificabile, ed il danno ambientale e umano è difficilmente rimediabile. Sarebbe più corretto parlare di ecocidio.
Nel frattempo La Royal Dutch Shell, che fattura 20 miliardi di dollari l'anno e continua a dichiararsi estranea alle violenze in Nigeria, con un assegno da 15 milioni di dollari ha patteggiato la terminazione di un processo del 2009, in cui Shell era accusata di essere stata complice dell'omicidio di Ken Saro Wiwa.

Uno sguardo alla situazione italiana

Vari tipi di consumo ci portano lontano da noi. Ma se volessimo capire meglio il nostro territorio, cosa dovremmo fare? Si potrebbe partire dal dato base, il consumo idrico pro capite in Italia, già alto (circa 220 litri al giorno), sia per la media europea che quella mondiale. Sarebbe poi utile contestualizzarlo: se il prelievo diretto è di 220 litri, arriviamo comunque a 3000 e passa litri con i consumi di acqua invisibile, attraverso l'alimentazione. Già qui emerge una contraddizione importante: quello che mangiamo, in termini di consumi idrici, è importante quanto i consumi diretti, se non di più.
Dovremmo poi constatare che la rete idrica italiana è in pessime condizioni, e che dal 30% al 50% dell'acqua immessa nella rete viene dispersa ancora prima di raggiungere la destinazione.
Inoltre, come abbiamo visto sopra, lo spreco dell'acqua non avviene solo tramite il consumo (diretto o indiretto) della stessa, ma anche dalla qualità dell'acqua che entra ed esce in circolo. L'acqua che è nei bacini idrici, per potere essere usata, deve soddisfare certi requisiti, tuttavia ci troviamo di fronte a diverse situazioni problematiche in Italia, dovute in parte a inquinanti emergenti e non tradizionali, come gli antibiotici e le microplastiche. Il termine "emergenti" indica agenti inquinanti relativamente nuovi, su cui ancora non esiste una regolamentazione precisa e il cui effetto a lungo termine sugli ecosistemi e sulla salute non è chiaro.
A questo si aggiunge infine il cambiamento climatico e la crescente siccità e desertificazione: nel 2017 i quattro principali fiumi italiani, il Po, l’Adige, il Tevere e l’Arno, hanno perso il 40% della loro portata media annua rispetto al periodo compreso tra il 1981 e il 2010, ed il 2020 è stato l'anno peggiore per la siccità in Italia negli ultimi 60 anni.

È chiaro che ci troviamo davanti ad una situazione che coinvolge tutte e tutti: dall'agricoltura, all'industria, alla sfera civile e domestica, e lo fa a livello locale, regionale e internazionale. L'uso che facciamo dell'acqua, visibile o invisibile, è veramente ciò che oggi ci rende cittadini del mondo. Questo testo vuole fornire una prospettiva ampia sul problema, ma non spingersi oltre. Il tema del consumo idrico è di interesse comune, possiamo solo affrontarlo assieme. Chiudiamo citando l'introduzione al report riassuntivo delle Nazioni Unite sull'acqua (2021), di cui trovate la versione estesa nella sezione riferimenti in fondo.

"Lo stato attuale delle risorse idriche evidenzia la necessità di interventi che permettano una gestione più efficiente dell’acqua. Riconoscere, misurare ed esprimere il valore dell’acqua, e tenerlo in considerazione nell’ambito dei processi decisionali, risulta fondamentale per una gestione sostenibile ed equa delle risorse idriche [...]

Fin troppo spesso il valore dell’acqua nelle sue molteplici sfaccettature non ricopre un ruolo rilevante nei processi decisionali.Per quanto il termine “valore” e il processo di “valutazione” siano ben definiti, i punti di vista sul significato specifico del termine “valore” variano a seconda dei gruppi di utenti e delle parti interessate.

[...] A titolo di esempio, appare inutile tentare di confrontare dal punto di vista quantitativo il valore dell’acqua per uso domestico, il diritto umano all’acqua, le consuetudini o i credo religiosi, e il valore del mantenimento dei flussi idrici per la conservazione della biodiversità: nessuno di questi elementi dovrebbe essere sacrificato per il solo fine di definire metodologie di valutazione coerenti.

La contabilizzazione economica tradizionale, spesso alla base delle decisioni politiche, tende a limitare il valore dell’acqua calcolandolo in base alle stesse modalità utilizzate per la maggior parte degli altri prodotti, ovvero il relativo prezzo o costo al momento della transazione economica. Tuttavia, nel caso dell’acqua non esiste un rapporto chiaro tra il suo prezzo e il suo valore. Nella fase in cui il prezzo dell’acqua viene calcolato, ovvero al momento dell’addebito a carico dei consumatori per il suo utilizzo, il prezzo spesso riflette il tentativo di recuperare i costi piuttosto che il valore del servizio effettivamente erogato. Pertanto, nel calcolo della valutazione, l’economia continua ad essere la disciplina di riferimento, con un potere e un’influenza notevoli, anche se i suoi principi dovrebbero essere applicati sulla base di una visione di più ampio respiro. I diversi valori dell’acqua devono dunque essere riconciliati fra di loro, raggiungendo un compromesso complessivo e includendoli all’interno dei processi decisionali e di una pianificazione sistematica inclusiva. Sarà quindi necessario sviluppare ulteriormente modalità comuni di valutazione laddove fattibile, assegnando priorità alle migliori modalità che consentano di confrontare, contrapporre e unire valori differenti, in modo da includere conclusioni eque e giuste all’interno di politiche e programmi più efficaci."



Il Lago d'Aral è sicuramente uno dei casi più eclatanti di collasso ecosistemico. Eppure, la sua storia è ancora poco conosciuta.
Qualche dato: tra il 1960 ed il 2012 il Lago D'Aral è diminuito dell'85% di superficie, del 92% di volume, la salinità è aumentata da 10 g/l ad oltre 100g/l a seconda della zona (come riferimento, il Mediterraneo si aggira sui 38g/l), con gravi conseguenze per l'ecosistema del lago, dei delta dei fiumi Amu Darya e Syr Darya, per le economie della regione e la salute di chi ci abita.
Ad oggi, il Lago D'Aral non esiste più, diviso in quattro bacini, di cui solo quello Nord ("Piccolo Aral") è stato in parte riabilitato.
In totale, si è prosciugata un'area di circa 40.000km2, come a dire Lazio e Campania messi assieme. Il clima della zona è stato irremediabilmente modificato, l'assenza del lago ha portato il 15% in più di giorni caldi e secchi, la stagione vegetativa si è ridotta da 200 a 170 giorni, con conseguenze gravi per l'agricoltura, il pascolo, i ghiacciai del Tien-Shan (più di 1.000 già scomparsi), la fauna e la flora locali. A questo si aggiungono i problemi di inquinamento della zona, dovuti al prosciugamento che ha esposto vasti depositi (una volta sommersi) di scarichi industriali e fertilizzanti agricoli sedimentati, ora esposti all'azione dell'erosione del vento (i pesticidi dell'Aralkum sono stati trovati nel sangue dei pinguini dell'Antartide), per non parlare della base militare sovietica, un tempo un isola ed ora terraferma, abbandonata quando ancora conteneva armi chimiche e biologiche, tra cui vaiolo e antrace. La zona del disastro ecologico coinvolge circa 35,8 milioni di persone, con effetti progressivamente peggiori per la salute di chi abita più vicino alla zona desertificata: problemi alla nascita cinque volte superiori a quelli di un paese europeo; problemi respiratori, in particolare per i giovani, con incidenza due volte superiore alla media nazionale (Uzbekistan).
Contemporaneamente, la popolazione della zona immediatamente colpita (3-4 milioni), con la scomparsa di venti delle ventiquattro specie ittiche native, ha perso il proprio tradizionale mezzo di sussistenza, rimanendo intrappolata in una difficile situazione che dipende da politiche nazionali e di cooperazione internazionale, largamente al di fuori del controllo locale. La complicazione deriva dal fatto che il bacino idrografico dell'ex lago (ovvero l'area di raccolta delle acque che confluiscono verso uno stesso corpo d'acqua) include Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, e forniva (in epoca pre-sovietica) acqua per il 75% della popolazione dell'Asia Centrale.

Questa la brevissima sintesi di un caso di avvenuto collasso ecosistemico, spesso dimenticato dopo essere brevemente emerso sui nostri schermi con la notizia-effetto che il bacino est si era prosciugato (2014). Le conseguenze sono gravi, complesse e, anche se in parte mitigabili, permanenti per chi vive nel bacino dell'Aral. Eppure, l'interezza del disastro è riconducibile a cause prossime ed evidenti. Nel 1953 i pianificatori dell'Unione Sovietica si prefissero l'obiettivo di ampliare la produttività agricola. Avviarono la "Campagna delle terre vergini" per espandere la produttività agricola sovietica e, assieme ad altre iniziative, incominciarono a cercare un luogo adatto alla produzione del cotone. In Asia Centrale questo comportò la trasformazione di milioni di ettari di terreno in terreni agricoli, con diverse destinazioni tra cui grano e cotone. L'obiettivo era di creare economia di scala tra le varie Repubbliche dell'Unione Sovietica: trasferendo massicce quantità di mezzi, persone, cereali, materie prima, ogni regione avrebbe dovuto specializzarsi e diventare altamente produttiva, esportando l'eccedenza e importando quello che non veniva prodotto.
La tradizionale rotazione agricola uzbeka (cotone, alfa-alfa, pascolo), che aveva mantenuto stabili i livelli di fertilità del suolo fino ad allora, fu abbandonata a favore delle fattorie collettive e statali, altamente meccanizzate e incentrate sulla monocoltura del cotone.
Se nel 1913 ogni ettaro di terreno produceva 1,2 tonnellate di cotone, si arrivò a produrne 2,7 nel 1980. A quel punto, le limitazioni del piano sovietico incominciarono a manifestarsi. Al progressivo declino contribuirono diversi fattori: il piano monocolturale aggressivo, l'abbandono della rotazione tradizionale, un sistema di irrigazione pervasivo ma caratterizzato da sprechi, l'uso eccessivo di fertilizzanti e pesticidi. Dagli anni Novanta in poi, la produttività fu in calo, i terreni erano diventati acquitrinosi e salinizzati, l'acqua corrente era stata contaminata dai centri urbani densamente popolati, dall'industria, dalle miniere, da fertilizzanti e pesticidi.
Al tempo stesso i produttori, controllati dalla nomenklatura sovietica, erano costretti a esibire (o falsificare) una produzione crescente, per soddisfare le richieste di Mosca, e al contempo a vendere parte del raccolto sul mercato nero per ottenere i beni di prima necessità di cui erano sforniti.
Con il crollo dell'Unione Sovietica i problemi di manutenzione degli antiquati impianti di irrigazione si è fatto più severo, mentre la privatizzazione dell'industria (spesso a favore delle ex elite sovietiche) non ha aiutato la situazione, mantenendo di fatto lo status quo e l'interesse, da parte di chi controlla le politiche produttive, di continuare la monocoltura del cotone e lo sfruttamento umano. Ad oggi, l'Uzbekistan è noto per lo sfruttamento minorile che va ad ingrassare le casse statali e che ha portato al boicottaggio del cotone uzbeko da parte di diverse compagnie multinazionali.


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