Come boicottare il settore tessile in poche semplici mosse

15 Feb 2020 - XR Italia
Notizie Società



Mentre a Milano sta per iniziare la settimana della moda, incurante della crisi ecologica e climatica che contribuisce ad alimentare, noi di XR Magazine abbiamo deciso di ragionare su come smettere di acquistare vestiti nuovi (almeno) per un anno, aderendo a #XR52, l’iniziativa globale di XR Fashion Action. In un pezzo autoironico e pieno di spunti, la redattrice di moda del Guardian Lauren Bravo racconta la sua esperienza di disintossicazione dalla fast fashion, dalla quale era diventata dipendente.

Mentre l’industria della moda e tutta la sua filiera continua la sua opera distruttiva, essendo indulgente con se stessa e portando avanti discutibili operazioni di greenwashing, i consumatori stanno iniziando ad avere una consapevolezza crescente dell’impatto ambientale della moda. Secondo un sondaggio 1, lo scambio di vestiti è destinato a diventare mainstream quest’anno, perché i consumatori vogliono evitare di produrre rifiuti tessili. Nello stesso sondaggio alcuni consumatori ammettono di possedere 200 articoli che non indossano. Secondo un rapporto dell’ente benefico Wrap, se i vestiti rimanessero in uso anche per soli nove mesi in più, ridurrebbero le loro impronte di carbonio, acqua, inquinamento e rifiuti fino al 30%. Bisogna tenere conto del fatto che riciclare i tessili non è una operazione così semplice, e moltissimi capi conferiti correttamente finiscono comunque nelle discariche e negli inceneritori. 2

A nostro parere dunque, è meglio innanzitutto riflettere su quanto e cosa compriamo e sulla fine che farà quando non lo useremo più, piuttosto che contare sul fatto che verrà riciclato. Noi, come consumatori, possiamo decidere se contribuire o meno all’accumulo di scarti tessili.

Extinction Rebellion ha lanciato già dal maggio 2019 una campagna di boicottaggio del tessile nuovo (XR Boycott Fashion) in cui i ribelli si impegnano a non acquistare nessun tipo di tessile nuovo per 52 settimane; la campagna si chiama #XR52, è ancora in vigore e ripartirà da capo nel maggio 2020. È arrivato il momento di reimmaginare una nuova relazione radicale con l’abbigliamento: come è fatto, posseduto e usato.

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Ma è possibile passare un anno intero senza comprare nuovi vestiti?

La giornalista di moda Lauren Bravo ha raccontato al The Guardian la sua esperienza, che l’ha portata ad abbandonare (felicemente) la fast fashion, dalla quale era diventata dipendente. 3

Non ricordo un nuovo anno in cui non ho fatto nuove promesse. Dormi di più, bevi più acqua, bevi meno alcol, mangia più frutta, impara lo spagnolo. Ma c’è stato solo un impegno che sono riuscita a rispettare per più di qualche settimana, e la cosa mi ha fatto sentire meglio con me stessa: ho rotto con la fast fashion.

Nessun vestito nuovo per un anno. Niente più flirt occasionali con una delle industrie più sfruttatrici e dispendiose del pianeta. Ho detto addio alla mia dipendenza.

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Prima che lo diciate voi, lo so. Giurare di non fare shopping non dovrebbe essere una seccatura. Per molte persone è uno stato predefinito, per mancanza di soldi, mancanza di scelta o solo mancanza di interesse. Come giornalista di moda che lavora nel mondo volubile dei media femminili, con tendenze che salgono e scendono velocemente, so che i vestiti occupano uno spazio nella mia vita e nel mio cervello più ampio di quanto non facciano per la persona media. Ma conosco anche tante persone che si sentono incatenate alla moda senza la pressione professionale; conosco tante altre donne che fanno acquisti come se fosse una routine che sono obbligate a portare avanti. E anche se non si acquista, si naviga, si visualizza, si prova, si torna, si pensa, si ripensa, insomma si pensa sempre allo shopping.

Detto questo, è straordinario quante volte quest’anno degli uomini mi hanno avvicinata per dirmi, con orgoglio, che non comprano mai vestiti. Mai! Odiano lo shopping! Come se nell’intera situazione non ci fosse traccia dell’influsso del patriarcato. Come se, senza il loro suggerimento, non avessi mai pensato a rinunciare semplicemente ai vestiti nuovi.

Ovviamente ci ho pensato. In tutte quelle fastidiose missioni di shopping, un retro-pensiero è sempre stato lì: perché mi importa? Perché alla gente importa? Quello che tutti quegli uomini dotati di guardaroba omogeneo comprato dalle mogli non riconoscevano è che amare i vestiti non era semplicemente una debolezza, un vizio da eliminare come il fumo. I vestiti possono essere una valuta culturale, un’identità tribale e un prezioso strumento di auto-espressione. Un vestito può distinguerti in una folla. Virginia Woolf l’aveva capito: “Vane sciocchezze come sembrano, i vestiti hanno, dicono, compiti più importanti che semplicemente tenerci al caldo. Cambiano la nostra visione del mondo e la visione che il mondo ha di noi”.

Nel corso degli anni, i vestiti sono stati la mia coperta di Linus e la spinta della mia autostima. Sono stati un hobby ricreativo, uno sport competitivo. Ho cercato certi capi, sacri come il Graal, nel modo in cui un collezionista poteva andare a caccia di francobolli rari o action figures. Ho usato i vestiti per attirare l’attenzione su di me e li ho usati come camuffamento, acquistando l’illusione della professionalità degli adulti in rate settimanali a Zara, in un momento in cui il mio stipendio copriva a malapena il mio abbonamento dell’autobus.

Ma, naturalmente, una volta che investi una cosa di così tanto potenziale di farti stare bene, essa acquisisce lo stesso potenziale di farti stare male. Almeno una volta alla settimana ho avuto una “crisi di guardaroba” prima di uscire di casa; in piedi in mutande lanciavo vestiti in giro nella mia camera da letto, credendo che non avessi nulla da indossare anche se era l’esatto contrario. In quei giorni, ho programmato viaggi di emergenza a H&M all’ora di pranzo. Da qualche parte lungo questo percorso, penso di aver dato troppo potere ai vestiti.

So di aver dato loro troppo tempo. E soldi. Una volta che ho smesso di fare acquisti, sul mio conto sono apparsi dei soldi di riserva e nella mia settimana sono comparsi periodi di tempo libero; non dico di aver fatto partire una startup o di aver finalmente imparato lo spagnolo, ma ho letto molti più libri e ho avuto esattamente zero crisi esistenziali nei camerini dei negozi. Il mio scoperto nella carta di credito è stato risollevato da ogni borsa e da ogni vestito che non compravo. Sono progressi.

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Per essere chiari: non ho smesso del tutto di fare acquisti. I negozi di beneficenza e dell’usato hanno colmato il vuoto lasciato dalle uscite sulla strada dello shopping. Ma lo shopping di seconda mano è una questione molto diversa; è come un cibo a lento rilascio di energia mentre la fast fashion è un’iniezione di glucosio. Naturalmente, è importante riconoscere che lo shopping di seconda mano non è una soluzione unica per tutti. È difficile trovare vestiti di taglie abbondanti nei negozi dell’usato, e il mondo della moda sostenibile in generale ha ancora molta strada da fare prima di “approvvigionare” tutti i corpi allo stesso modo. Ovviamente, questo vale a maggior ragione per le strade dello shopping.

Ho sempre saputo di odiare i camerini dei negozi, ma è stato solo quando ho smesso di fare shopping che mi sono resa conto di quanto disprezzo di sé si nascondesse dietro quelle tende. La fast fashion mi ha fatto sentire una fallita, ogni volta che la zip non andava bene, o i bottoni si aprivano, o il vestito che sembrava chic sul manichino sembrava strano e faceva brutte pieghe su di me. Ho dato la colpa a me stessa , al mio corpo, quando in realtà - e sono furiosa, mi ci sono voluti 31 anni per comprenderlo - sono gli abiti che dovrebbero “fare un provino” con te. Non viceversa.

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Mi piacerebbe dire che rompere con la moda veloce ha guarito i miei crolli mattutini. Sono sicuramente meno frequenti, ma la combinazione sbagliata di meteo, appuntamenti e ormoni può ancora portarmi in crisi sartoriale. E talvolta rimango ancora colpita dall’ultima ‘‘tendenza”: quel bisogno febbrile e oneroso di comprare un oggetto virale che non ti piaceva nemmeno la settimana prima. Quest’anno: fermagli per capelli con perle giganti e giacche imbottite. Sono andata a letto e li ho sbattuti tutti fuori. Ho anche imparato nuovi trucchi per usare di più il mio guardaroba esistente: come la stratificazione, un’arte che in precedenza avevo creduto appannaggio solo degli scandinavi. Si scopre di no! Prendi semplicemente i tuoi vestiti e… mettili sopra gli altri vestiti.

Come molti guru del business ti diranno, i vincoli forzano la creatività. E quando limiti le tue opzioni di acquisto, ti ritrovi invece a inventare nuovi strumenti. A volte la supercolla, a volte le forbici. Le mie capacità di cucire sono migliorate da quando ho smesso di fare shopping.

Ignora chiunque ti dica di sbarazzarsi di tutto ciò che non hai indossato in un anno. La moda è ciclica - dai, lo sappiamo - e non appena hai inviato un capo al negozio di beneficenza, Vogue lo dichiarerà improvvisamente di nuovo di moda. “Il capo più sostenibile è quello che già possiedi”, afferma Fashion Revolution (il movimento globale che controlla le pratiche del settore).

Condividere e prendere in prestito da amici è un’arma segreta dalla quale la maggior parte di noi non trae abbastanza vantaggio. Il guardaroba del futuro è open source; lo credo davvero. Soprattutto se la mia amica porta la mia taglia.

Nel frattempo, i social media hanno assunto un nuovo ruolo nella mia vita. Ho smesso di seguire ogni marchio e influencer che potrebbe avermi indotto in tentazione e ho lasciato che i sostenitori della slow fashion come Jade Doherty (@notbuyingnew) prendessero spazio nel mio feed. La loro volontà di sfoggiare gli stessi oggetti ancora e ancora è delicatamente sovversiva. Sono diventata una “ripetitrice” di outfit - e ne sono orgogliosa. Ho iniziato a vestirmi come un bambino che deve farsi strappare il maglione preferito perché lo si lavi. E poiché il lavaggio eccessivo è un altro errore di sostenibilità (tutte quelle microfibre di plastica che penetrano nei corsi d’acqua, per non parlare dell’effetto dell’invecchiamento e dello sbiadimento), mi sono scrollata di dosso la vergogna insieme alla piccola macchia di sugo. Nessuno ha detto niente.

In effetti, una delle cose più fastidiose per l’ego ma alla fine liberatorie dell’intero processo è stata rendersi conto di quanto poco importa a qualcuno quello che indosso - che si tratti di una riunione di lavoro, una festa o, visto che apparentemente sono così superficiale, un funerale. Ogni volta che ho indossato lo stesso vecchio vestito mi sono preparata per le risatine nascoste o i cipigli di disapprovazione che non sono mai arrivati. Perché, e non posso proprio sottolinearlo abbastanza: alle persone non importa cosa indossi. La maggior parte non se ne ricorderà nemmeno.

Penso che tu te ne ricorderai invece, ma in senso buono. Quegli abiti tanto amati e logori diventano parte dei tuoi ricordi; personaggi abituali di serie affidabili piuttosto che nuove guest star. E questa, davvero, è la mentalità che ti porta attraverso un anno senza fare shopping. Invece di lamentarmi della mia rottura con la moda veloce, sto cercando di concentrarmi sul mio rapporto con i vestiti che già possiedo. Viverli, prendermi cura di loro, portarli fuori a ballare. Ricordando a me stessa perché mi sono innamorata di loro in primo luogo.

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Se si deve credere alla saggezza popolare, ci vuole metà della lunghezza di una relazione per lasciarti alle spalle una rottura. Ciò significa che avrei potuto avere quasi un decennio davanti a me prima che il brivido di una consegna di un pacco di oggetti di moda avesse lasciato completamente il mio modo di essere; prima che ogni invito, oscillazione dell’umore e cambio di stagione non innescasse più una luce lampeggiante nel mio cervello che diceva: “COMPRA!”

Per staccare le cuciture che legano i miei vestiti così strettamente alla mia autostima ci vorrà più di un anno, ma già sono ad un punto in cui non riesco a immaginare di tornare sulla strada dello shopping - per tutte le ragioni urgentemente importanti, che sono milioni, e che si moltiplicano con ogni doloroso ingranaggio della filiera di produzione. Ma anche per egoismo: semplicemente non ho l’energia. Non più. Ora, sono il tipo di persona che va in giro mettendo in guardia le altre sul proprio ex fidanzato tossico. “Piccola, ti meriti molto meglio della fast fashion. Anche il Pianeta se lo merita. Tutti ce lo meritiamo.”

Infine, ecco dei consigli per limitare o eliminare del tutto la fast fashion:

  1. Disintossica la tua casella di posta, annulla l’iscrizione a ogni “brand” o sito di acquisti che potrebbe indurti alla tentazione e smetti di seguire ogniinfluencerche ti spinge al compulsivo acquisto con i suoi messaggi “clicca per acquistare”.

  2. Segui i leaders. Segui gli slow fashion influencers, come @uncomplicatedspaces oppure @notbuyingnew, che si deliziano nel ripetere i propri outfit e nel dare furbi consigli di stile.

  3. Conosci i tuoi fattori scatenanti, pensa ai motivi per cui acquisti vestiti che non ti servono e come potresti cambiare tali comportamenti, sia che si tratti di evitare amici frivoli o di trovare una strada di ritorno dal lavoro che non passi di fronte al tuo negozio preferito.

  4. Prova tutti i tuoi vestiti, tira fuori tutto ciò che possiedi, lasciati stupire da quanti vestiti hai già e trascorri una serata provando nuove combinazioni. È incredibile come i vecchi vestiti possano sembrare di nuovo freschi con un po’ di immaginazione.

  5. Scambia i vestiti con qualcuno: quando la voglia di fare acquisti colpisce, prova invece a spulciare il guardaroba di qualcun altro o andare a uno swap party. Anche Wendy Rigg, redattrice e stilista di moda, ha dichiarato: “Dato che il vintage è di tendenza, non potrebbe esserci un momento migliore per iniziare a scambiare gli abiti usati e ripescarne alcuni vintage. Gli scambi di vestiti offrono il divertimento dello shopping senza il senso di colpa di provocare rifiuti.”

  6. Ripara e rammenda, anche in modo visibile: #buynothingnew, #visiblemending and #makedoandmend sono hastags molto usati dal movimento di coloro che riparano i tessili piuttosto che liberarsene. Le abilità di riparazione possono tornare utili, e i corsi di rammendo e cucito sono sempre più diffusi. 4

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Articolo tradotto da:

https://www.theguardian.com/fashion/2020/jan/05/could-i-go-a-year-without-buying-any-new-clothes?CMP=fb_gu&utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR2qHAJNYWFWy9LP7fQmUNBu2Y7JPX-95ks5ev5KW2p1huaJYWM_YIphPwc#Echobox=1578220097

Immagini tratte dalle pagine:

https://www.instagram.com/xr.boycottfashion/?hl=it

https://www.instagram.com/xrfashionaction/?hl=it

https://www.theguardian.com/money/2020/jan/02/swap-till-you-drop-call-to-swish-little-used-clothes-to-cut-waste?CMP=fb_gu&utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1pCB3MmPCOhtiUk79X0ViDzXfdUkc_QnWH-GDKcUNEvr2noBoqb3tNwyQ#Echobox=1577954147