Se lo stato non ci protegge, facciamo causa allo stato!

Dopo la sentenza storica che obbliga l’Olanda a tagliare le emissioni di CO2 ora tocca all’Italia

05 Mar 2020 - di Carolina Pozzo
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Una buona notizia! Dopo una battaglia legale durata sette anni, portata avanti da 886 cittadini, rappresentati dalla ONG Urgenda Foundation, lo scorso 21 dicembre si è infine arrivati al verdetto finale che obbliga il governo olandese a far fronte alla crisi climatico-ambientale, confermando quanto i diritti umani siano messi a rischio dall’inazione dei governi. Una decisione che va oltre i confini nazionali, la più importante sentenza che sia stata mai pronunciata in merito a questioni ambientali. Per la prima volta uno Stato, portato in tribunale dai suoi cittadini, viene condannato per non aver fatto abbastanza per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici e, soprattutto, le azioni per il clima sono considerate strettamente legate ai diritti umani. La sentenza della Corte Suprema olandese ha sancito un principio fondamentale: la salvaguardia dell’ambiente non è a discrezione della politica, ma un obbligo per tutelare la salute dei cittadini. L’esecutivo di Amsterdam deve fare di più perché il governo ha l’obbligo di proteggere la vita dei suoi cittadini. Questa sentenza può fare scuola e potrebbe avere un riscontro anche nella causa attualmente portata avanti in Italia, grazie alla campagna “Giudizio Universale”.

Mentre la possibile e imminente catastrofe ambientale continua a incontrare le resistenze delle economie forti, il caso Urgenda diventa la madre di tutte le cause legali contro governi indifferenti e frenati dai lacci dell’economia neoliberista. Chiamando in causa la “Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, spostando di fatto la questione ambientale su un piano legale, la sentenza della Corte Suprema olandese stabilisce un precedente internazionale e può essere utilizzata anche da avvocati di altri paesi quando citano in giudizio il loro Stato. Se l’accordo di Parigi non costringe gli stati a ridurre le emissioni per contenere la temperatura media globale a 1,5°C, ora la società civile può pensare di ricorrere ai tribunali per costringere i governi ad attuare i piani clima nazionali previsti da Parigi e che dal 2020 dovranno essere rafforzati. Qualora lo Stato non agisca di conseguenza, si configura la violazione degli articoli due 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani. Di fatto si tratta di violazione del diritto alla vita e al benessere delle persone, diritti universali, inviolabili: ovvero ciò che dovrebbe garantire uno Stato ai suoi cittadini. Lasalute e il diritto alla vita non sono materia oggetto di dibattito politico, ma principi fondamentali tutelati dalla giurisdizione internazionale: lo Stato, secondo la Convenzione europea per i diritti umani, ha un dovere di diligenza nei confronti dei suoi cittadini e quindi deve prendere delle misure attive. A dare la misura dell’importanza internazionale della notizia ci pensa, David R. Boyd, Special Rapporteur sui Diritti Umani e l’Ambiente alle Nazioni Unite che afferma: “è la più importante sentenza in merito ai cambiamenti climatici: conferma quanto i diritti umani siano messi a rischio. Questa è una vittoria per miliardi di persone più vulnerabili agli impatti devastanti della crisi climatica ed un colpo di grazia all’industria dei combustibili fossili”.

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Il caso olandese ha ispirato cause simili contro i governi nazionali e anche contro l’Unione Europea. Al di là dei risultati, queste sentenze stabiliscono un importante precedente giuridico a livello internazionale: il giudice della Nuova Zelanda, ad esempio, ha usato il verdetto della Corte d’Appello sul caso Urgenda per sostenere il suo. In ben 25 Paesi, la società civile è riuscita a portare alla sbarra lo Stato e con lo Stato le imprese e i progetti con un forte impatto sul clima e sugli ecosistemi. Nel mondo sono state avviate 1442 azioni legali relative alla crisi climatico- ecologica: in Francia, Pakistan, Stati Uniti, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda… in primavera toccherà anche all’Italia. L’iniziativa legale, che partirà col deposito dell’atto di citazione e la campagna a suo sostegno, chiamata “Giudizio universale”, è la prima causa contro lo Stato italiano portata avanti da un network di associazioni, movimenti, siti, comitati e cittadini di tutta la penisola, con l’adesione di personalità del mondo della scienza, dell’attivismo, dell’ecologia: da Luca Mercalli a Vandana Shiva. Con tale azione si vuole chiamare lo Stato a responsabilità, prevalentemente di carattere omissivo, per quello che non viene fatto e detto.

“Lo stato italiano” - afferma l’avvocato Luca Saltalamacchia, esperto in diritto ambientale, uno dei tre legali del pool insieme al costituzionalista Michele Tarducci e all’avv. Raffaele Cesari - “analogamente a quello olandese, è tenuto a rispettare e tutelare i diritti fondamentali dei suoi cittadini e dei residenti sul suo territorio. Omettendo di contrastare adeguatamente il cambiamento climatico, lo stato italiano sta mettendo a repentaglio i diritti fondamentali. Ecco perché ci rivolgiamo al giudice ordinario.” L’obiettivo della causa è far riconoscere il legame che c’è tra la violazione dei diritti umani e gli impatti dei cambiamenti climatici, affinché lo Stato venga obbligato ad adottare delle misure di mitigazione, in linea con i report scientifici dell’IPCC e con gli obiettivi proposti dallo Stato stesso. Inoltre secondo la Convenzione di Aarhus, la Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, viene chiesto sia rispettato il diritto dei cittadini ad essere informati e coinvolti all’interno dei processi decisionali per le politiche ambientali.

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“La campagna è patrimonio di tutte le organizzazioni e i movimenti impegnate in questi mesi contro i cambiamenti climatici”, spiegano i portavoce di A Sud, l’associazione che gestisce e coordina la campagna. L’Italia è parte del cosiddetto gruppo dei Paesi sviluppati, quelli maggiormente responsabili delle emissioni di gas clima-alteranti a livello globale. Al 2017 le nostre emissioni si sono ridotte di appena il 17.4% (ISPRA) rispetto al 1990, mentre già nel 2007 l’IPCC chiedeva che i Paesi sviluppati riducessero le emissioni del 25-40% entro il 2020 (IPCC Fourth Assessment Report). Inoltre, parte di questa riduzione è dovuta sia alla crisi economica del 2008 e al conseguente calo della produzione, sia alla delocalizzazione di alcuni settori produttivi all’estero (ISPRA), e non a politiche climatiche efficaci. Il “Decreto legge clima” poi non rispetta minimamente gli accordi Onu di Parigi e i target europei sulla riduzione dei gas serra e sulle rinnovabili. Inciderà davvero molto poco sulla lotta all’emergenza climatica in corso, non contenendo norme ed impegni economici strutturali che possano ridisegnare l’economia verso la conversione ecologica, per cui occorrerebbero provvedimenti ben più radicali.

I nostri target di riduzione per il futuro sono del tutto insufficienti rispetto a quanto la scienza ci chiede per sperare di mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia degli 1.5°C: anche la proposta di “Piano Nazionale Energia e Clima” presentata a fine 2018 è stata giudicata troppo poco ambiziosa (European Climate Foundation).

Per affrontare la crisi climatica dovremo tutti cambiare il nostro stile di vita. Esistono soluzioni praticabili, pressoché per tutti i settori – tranne che per il trasporto aereo, per questo bisogna ridurre al massimo i voli – per ridurre drasticamente la dipendenza dalle fonti fossili. Quello che il governo deve fare è aiutare e facilitare questa transizione con leggi adeguate e incentivi per coprire le spese iniziali, con tasse sui gas clima-alteranti e su qualsiasi materiale d’importazione prodotto in modo non sostenibile. Nessuno dei leader mondiali pare però aver colto l’urgenza del pericolo, anche la COP 25 di Madrid è finita senza un accordo… Il denaro e l’economia sono considerati più importanti dell’ambiente in cui viviamo, questo è il risultato del neoliberalismo imperante negli ultimi 50 anni. Noi cittadini dobbiamo opporci e ribellarci a questo sistema e dire ai nostri governi che non è quello che vogliamo.

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Grazie al principio dell’equilibrio dei poteri i cittadini possono rivolgersi alla magistratura se ritengono violato un loro diritto. Il governo non può sempre fare quello che vuole!

Allo Stato italiano chiederemo di riconoscere la gravità della situazione in cui ci troviamo e di agire di conseguenza” - dichiara la portavoce della campagna, Cecilia Erba - “Chiederemo che siano riconosciute le violazioni dei diritti umani causate dagli impatti dei cambiamenti climatici e vengano adottati target di riduzione delle emissioni in linea con quanto ci chiede la scienza per mantenere il riscaldamento globale entro la soglia prudenziale di +1.5°C rispetto al periodo preindustriale.”

La Campagna Giudizio Universale presenta due aspetti distinti di adesione:

  1. L’adesione all’appello rappresenta un’adesione politica, alla quale possono aderire tutti, i singoli ed anche i movimenti come XR, finalizzata ad alimentare un dibattito che si concentri sui contenuti. Gli aderenti possono contribuire secondo le proprie forze con incontri pubblici, ma anche solo con la diffusione della campagna e delle iniziative attraverso i propri social network; si può aderire qui: https://giudiziouniversale.eu/2019/05/27/la-nostra-causa/
  2. L’adesione alla causa contro lo Stato è costituita dalla parte (singoli, associazioni …) che aderisce attraverso la firma del mandato e dal team legale. Per poter organizzare la raccolta dei mandati, chiunque volesse aderire alla causa legale deve inviare un’email al seguente indirizzo: info@giudiziouniversale.eu

Pertanto l’adesione alla campagna non comporta automaticamente l’adesione alla causa.

Questa causa è importante non solo perché consentirà una strategia innovativa dal punto di vista legale e l’uso insubordinato, disobbediente, ribelle della categoria giuridica, a partire dalla tutela dei nostri diritti umani in sede giudiziale, ma anche perché fungerà da apripista per tutta una serie di altre cause climatico-ambientali che chiameranno in giudizio le multinazionali, quindi soggetti privati. Anche questa esperienza è assolutamente inedita in Italia. Citare in Giudizio lo Stato, il potere pubblico e/o privato, rivendicando il diritto umano al clima e all’ambiente, significa chiamare la politica e l’attività d’impresa ad assumersi la responsabilità di decidere sul futuro e non di seguire la contingenza, il momento presente, come accade ora. Nel momento in cui non si dovesse vincere (è stato costituito un fondo di garanzia per tutte le spese processuali), questa causa rappresenta comunque una breccia che potrà far crollare una realtà fallimentare. L’Avv. Luca Saltalamacchia resta a disposizione per eventuali chiarimenti su questo giudizio, così come su altri eventuali strategic litigation in tema di cambiamento climatico e tutela dell’ambiente in generale.

Per aderire alla campagna, contribuire, o per essere inseriti nella mailing list informativa, collegatevi al sito giudiziouniversale.eu. L’hastag ufficiale è #FacciamoCausa. Si ribadisce che chiunque volesse aderire alla causa legale deve inviare un’email al seguente indirizzo: info@giudiziouniversale.eu

Sito di riferimento della causa legale italiana:

https://giudiziouniversale.eu/

Approfondimento sulla causa vinta in Olanda dalla fondazione Urgenda: https://ilmanifesto.it/cosi-abbiamo-battuto-il-governo-olandese-sul-clima/

Image credits: tutte le immagini, salvo quella in chiusura del post, sono state scattate durante le azioni di Discobedience a Venezia il 22 Febbraio 2020 da Federico Tisa, +39 338 4611573, tisa.federico@gmail.com

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