Le emissioni sono calate ma è abbastanza?

Le temperature potrebbero aumentare di 3 ° C oltre la media pre-industriale entro il 2050

20 Jun 2020 - Domenico Barbato
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Questo è il primo di due articoli incentrati sugli effetti che la pandemia ha avuto sulla qualità dell’aria e sulla possibile correlazione fra inquinamento e diffusione del virus covid-19, in questo articolo vedremo come il lockdown ha fatto sì che le emissioni subissero un brusco calo, cosa prima ritenuta impossibile. Nonostante la repentina discesa delle emissioni gli scienziati sono ancora molto preoccupati.

Le misure preventive volte a limitare la diffusione del COVID-19, pur nella drammaticità delle loro cause e delle loro conseguenze sulla società e sulle nostre vite, hanno avuto un effetto non previsto dal punto di vista della qualità dell’aria: per un breve periodo abbiamo avuto modo di respirare aria pulita, goduto di strade libere e osservato cieli limpidi privi di smog persino nelle città più inquinate del mondo. Il lockdown ha avuto un effetto senza precedenti sulle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale raggiungendo un picco massimo di riduzione giornaliera del 17% per il periodo di gennaio-aprile, livelli osservati solamente nel 2006 (da allora le emissioni sono salite vertiginosamente).

Il problema è che l’anidride carbonica, emessa dalla combustione di combustibili fossili come petrolio, gas e carbone, è uno dei gas serra maggiormente responsabili del riscaldamento globale, insieme al metano. Essa rimane nell’atmosfera circa un secolo prima di dissiparsi, creando uno strato che impedisce al calore di essere rispedito nello spazio.

In Italia durante il lockdown, che ha posto notevoli restrizioni agli spostamenti, abbiamo assistito a un calo drastico di biossido di azoto e particolato, sostanze generate principalmente dal gas di scarico dei motori delle automobili, dall’usura di pneumatici e dei freni e dal sollevamento di particelle dal manto stradale; la cosa è stata senza dubbio gradita per gli abitanti delle città e si spera che possa perdurare per gli effetti positivi che avrà sulla salute; pubblicheremo a breve un approfondimento su questo tema e sul rapporto che l’inquinamento ha avuto con la diffusione del covid19.[1]

Ma tutto questo è stato utile nella prospettiva di salvarci dalla catastrofe climatica?

Su un articolo pubblicato sulla rivista britannica Nature Climate Change alcuni esperti hanno affermato che il corrente calo non sia nient’altro che una “goccia nel mare”: gli oceani sono più caldi che mai, stiamo infrangendo tutti i record di temperatura precedentemente affermati, i ghiacciai si stanno ritirando e il collasso degli ecosistemi è quasi stato incrementato in questo periodo.

Insomma mentre il mondo ha avuto a che fare con un virus mortale dovuto alla distruzione degli ecosistemi da noi causata, la crisi climatica ed ecologica non è stata per nulla scalfita e la curva delle emissioni è ripresa a salire non appena paesi come la Cina si sono trovati “con maggiore libertà”.

Le emissioni di gas ad effetto serra e il conseguente surriscaldamento globale hanno particolare effetto sui ghiacciai e sulle copertura di ghiaccio dell’artico che sono parte fondamentale e regolano il clima mondiale; alcuni ricercatori già nel 2012 hanno eseguito circa 10.000 simulazioni climatiche volte a capire meglio le incertezze del sistema climatico; ciò che hanno scoperto è stato che la criosfera sta subendo cambiamenti senza precedenti e questo unito con altri fattori potrebbe portare ad un aumento della temperatura di 3°C rispetto all’epoca preindustriale entro il 2050.

Cosa significherebbe concretamente vivere in un mondo più caldo di 3°C?

Siccità, ondate di calore estremo, inondazioni, fenomeni atmosferici sempre più potenti, stagioni fuori controllo, innalzamento del livello del mare, migrazioni di massa e tanta, troppa sofferenza umana. Il mondo come lo conosciamo adesso potrebbe essere irriconoscibile. Più recentemente, nell’aprile 2020, Carbonbrief.org ha estratto i dati da circa 70 studi climatici sottoposti a revisione paritaria per mostrare come si prevede che il riscaldamento globale influenzi il mondo e le sue regioni. I modelli più recenti che prendono in considerazione i feedbacks del ciclo del carbonio prevedono (barre in giallo arancione nella figura) un riscaldamento a fine secolo che potrebbe arrivare fino a +5°C.

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Come dimostra uno studio pubblicato a maggio 2020 su PNAS, per migliaia di anni, gli esseri umani si sono concentrati in un sottogruppo sorprendentemente stretto dei climi disponibili sulla Terra, caratterizzato da temperature medie annue intorno a ∼13 ° C. Questa distribuzione probabilmente riflette una nicchia di temperatura umana legata a vincoli fondamentali. A seconda degli scenari di crescita della popolazione e del riscaldamento globale, nei prossimi 50 anni si prevede che da 1 a 3 miliardi di persone rimarranno al di fuori delle condizioni climatiche che hanno accolto l’umanità nei 6.000 anni precedenti. In assenza di mitigazione dei cambiamenti climatici o migrazioni di massa forzate, una parte sostanziale dell’umanità sarà esposta a temperature annuali più calde rispetto a quasi ovunque oggi, sostanzialmente invivibili.

È bene ricordare che, a discapito di quanto alcuni vogliono farci credere, il calo delle emissioni di questa prima parte del 2020 è stato un effetto collaterale, una cosa non voluta e non pianificata da nessun governo, e il rischio è che i provvedimenti che verranno presi per facilitare la “ripresa” abbiano un effetto ancora più deleterio su clima ed ecosistemi.

Questa è l’ennesima chiamata a raccolta e la conferma che la soluzione alla sfida più importante che la specie umana abbia mai affrontato potrà venire solo dalle persone che avranno il coraggio di usare il proprio privilegio per mettersi in prima fila e fare azioni di disobbedienza civile che spingano i governi ad agire con la necessaria urgenza.

Altri Riferimenti:

https://www.scientificamerican.com/article/why-co2-isnt-falling-more-during-a-global-lockdown

https://www.carbonbrief.org/analysis-coronavirus-set-to-cause-largest-ever-annual-fall-in-co2-emissions

[^1] Un sondaggio di YouGov ha analizzato la propensione di 7.545 abitanti di 21 diverse città europee, fra cui Milano e Roma, a modificare le abitudini precedenti alla pandemia. È emersa una fotografia chiara del desiderio degli italiani di cambiare aria nelle città: il 78% dei nostri connazionali – contro il 64% a livello europeo – vuole continuare a respirare aria pulita anche dopo la fine del lockdown. Gli abitanti di Milano e Roma battono di gran lunga la media europea quanto a consenso verso misure di riduzione del traffico e provvedimenti capaci di mantenere basse le concentrazioni degli inquinanti dell’aria. L’84% dei residenti nelle città italiane (84% Milano e 85% a Roma), chiede che vengano adottate misure che li proteggano dall’inquinamento, anche garantendo più spazio a chi cammina, alle bici e al trasporto pubblico.” (Fonte: Cittadini per l’Aria onlus) https://www.cittadiniperlaria.org/inquinamento-pre-lockdown-italiani-no/ [1^]