La Standing Rock Sioux Tribe ferma l’oleodotto!

12 Jul 2020 - Manlio Pertout
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La Tribù Sioux che vive nella riserva denominata Standing Rock, situata tra Nord e Sud Dakota, nella parte settentrionale degli Stati Uniti, è stata protagonista negli ultimi cinque anni di una famosa e sofferta battaglia ambientale, che in questi giorni ha segnato un importante punto di svolta. Un giudice federale ha decretato che i proprietari della “Dakota Access Pipeline” devono bloccare tutte le operazioni entro il 5 agosto, mentre il governo conduce una analisi completa sugli impatti ambientali che l’oleodotto potrebbe avere e i rischi per la Tribù Standing Rock Sioux.

\ L’avvocato di Earthjustice Jan Hasselman, che rappresenta la tribù, ha commentato così la sentenza: “Se gli eventi del 2020 ci hanno insegnato qualcosa, è che la salute e la giustizia sociale devono avere la priorità in ogni processo decisionale se vogliamo evitare una crisi successiva”. “Oggi è un giorno storico per la Standing Rock Sioux Tribe e per tutte le persone che ci hanno sostenuto nella lotta contro l’oleodotto” ha dichiarato il Capo Mike Faith della Standing Rock Sioux Tribe. “Questo oleodotto non sarebbe mai dovuto essere costruito qui. Lo avevamo affermato fin dal principio”.

La storia di questa battaglia

L’oleodotto che avrebbe dovuto attraversare le terre incontaminate abitate dai Sioux si chiama appunto “Dakota Access Pipeline”: si tratta di una conduttura lunga quasi 2.000 kilometri e dal costo di 3,7 miliardi di dollari, il cui progetto fu presentato nel giugno 2014 e la cui costruzione cominciò a giugno 2016.Apparve immediatamente ovvio che le condutture per il petrolio avrebbero avuto un impatto ambientale devastante su tutti i territori che andavano ad attraversare, ed in particolare su quello considerato sacro dai Nativi Americani.

Poco prima dell’inizio dei lavori, lo spirito tribale ed indomito della popolazione indigena confluì spontaneamente in un movimento di protesta condotto da giovani Sioux che trovò, mediante i social media, supporto e condivisione in tutto il mondo. Per mesi, dal 1° aprile 2016 al 22 febbraio 2017, i manifestanti occuparono un luogo chiamato Sacred Stone Camp, che divenne il centro della resistenza pacifica contro l’oleodotto, ed in migliaia si schierarono a difesa del territorio subendo anche le repressioni violente degli agenti di sicurezza della società petrolifera e della polizia. Intanto, il 27 luglio 2016, l’organizzazione ambientale no-profit Earthjustice cominciò a fornire gratuitamente alla Standing Rock Sioux Tribe tutta l’assistenza legale necessaria, e così fu intentata prima una causa contro gli enti governativi che avevano autorizzato il percorso dell’oleodotto e più tardi un’altra contro la società petrolifera.

A dicembre dello stesso anno, ancora sotto l’amministrazione Obama, le cose sembrarono mettersi per il meglio quando venne bocciato il percorso dell’oleodotto e venne ordinata una valutazione di impatto ambientale.\ Ma Donald Trump, appena quattro giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, firma un ordine esecutivo di ripresa dei lavori, a seguito del quale la Guardia Nazionale procede a cariche ed arresti nel campo occupato dai manifestanti.

La prima svolta si ebbe il 14 giugno 2017, quando il giudice federale James Boasberg affermò in una importante sentenza che quella ripresa dei lavori imposta dal nuovo Presidente aveva violato la National Environmental Policy Act, la prima legge statunitense sull’ambiente, datata 1970, che l’Amministrazione Trump ha sempre avversato perché ritenuta di ostacolo alle strategie economiche basate sull’energia fossile.Quella sentenza non bloccò purtroppo l’attività dell’oleodotto, cosa che avvenne invece qualche mese fa, a marzo 2020, quando un tribunale federale di Washington revocò i permessi per l’attività petrolifera.

Ed il 6 luglio è arrivata la vittoria per cui la Tribù ha lottato per cinque lunghi anni: lo stesso giudice federale ha ordinato il blocco dell’oleodotto ed il suo svuotamento entro il 5 agosto perchè i tecnici possano lavorare per 13 mesi sul calcolo dei danni causati da eventuali dispersioni di petrolio, così che le prossime decisioni possano essere basate su dati scientifici; il che significa, con le elezioni presidenziali programmate a Novembre, spostare le responsabilità di azioni future sulla prossima amministrazione USA.Questa storia, pur non avendo ancora visto la parola “fine”, ha mostrato come il successo delle lotte per l’ambiente passi attraverso le popolazioni indigene che lottano in prima linea per difenderlo e la contemporanea e convinta adesione di tanti altri: l’attivismo internazionale, le ong che possono dare supporto economico e con le vie legali, la ricerca scientifica e i giudici che fanno valere le leggi a protezione dell’ambiente, il giornalismo e l’arte che servono ad aumentare la consapevolezza. La foto che commenta l’articolo è stata scattata il 2 settembre 2016 nel Sacred Stone Camp da Joe Brusky del collettivo artistico “Overpass Light Brigade”, e ci ricorda che “we are protectors, not protestors…”

Fonte:

https://earthjustice.org