Ho avuto un'infanzia gloriosamente selvaggia.

Ecco perché ho scritto "Come addestrare un drago".

17 Mar 2020 - di Cressida Cowell, The New York Times
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In questi giorni in cui in tutta l’Italia tantissime famiglie sono costrette a tenere a casa i bambini, evitando del tutto di farli uscire, un bisogno innato dei bambini (e degli esseri umani in generale) sta venendo alla luce in maniera preponderante: quello del contatto con l’aria aperta e la natura. Molte persone non avevano chiaro questo bisogno finora, al punto che una ricerca afferma che i bimbi nell’occidente ricco passano nella natura o all’aria aperta pochissime ore a settimana, in media circa mezz’ora al giorno, meno dei carcerati. Un’altra ricerca del governo UK ha mostrato che più del 10% dei bambini britannici non sono mai stati in un ambiente naturale, (un parco, una foresta, una spiaggia) nell’ultimo anno. Sarebbe interessante che usassimo questi giorni anche per riflettere su come stiamo crescendo i nostri figli: distaccati dalla natura, perché è un mondo che non conoscono e per loro estraneo. Come argomenta l’autrice e illustratrice di “Come addestrare un drago” Cressida Cowell in questo pezzo, è invece fondamentale dare ai bambini l’opportunità di interagire con la natura incontaminata, in modo che imparino ad amarla e preservarla.

Avevo 9 anni, tenevo saldamente con le mani, il più possibile, le gambe di mio padre mentre lui si sporgeva dal bordo di una scogliera gigantesca su una piccola isola al largo della costa occidentale della Scozia. Stava cercando di vedere se il nido 5 metri più in basso fosse abitato da un’aquila coda bianca o da una poiana.

La risposta era importante per mio padre. Le aquile coda bianca erano state appena reintrodotte nelle Isole Ebridi, e un nido avrebbe significato che potevano riuscire a ristabilirsi in quella parte del mondo. Ciò che era importante per me, invece, era che il vento di burrasca che fischiava svelto dall’Atlantico non ci buttasse giù dalla scogliera: se avessi perso la presa sulle gambe di mio padre, sarebbe precipitato sulle rocce sottostanti, trovandovi la morte.

Mentre la pioggia fredda mi sferzava il viso e il vento strattonava la mia giacca a vento, ricordo di essermi chiesta: “Perché mai mio padre non è preoccupato? Perché affida la sua vita alle braccia di una bambina di 9 anni? Come posso essere parente di questo uomo meraviglioso ma follemente impavido?”

Quando, qualche istante dopo, un’improvvisa folata di vento lo fece oscillare, il mio cuore si fermò. Sentivo che perdevo la presa sulle sue gambe.

L’avventura sulla scogliera è stata solo una delle tante esperienze emozionanti ma terrificanti della mia infanzia gloriosamente selvaggia. Ci fu la volta in cui mio padre legò accidentalmente la barca a una nassa da aragoste invece che a una boa e il vento ci spinse in mare aperto. Ci fu un giro in barca durante una tempesta, in cui le onde si trasformarono in grandi colline e dovemmo svuotare la barca dall’acqua che entrava dai fianchi. Da bambina, queste esperienze erano state spaventose. Ma quando ci ripenso da adulta, mi rendo conto di quanto devo alla libertà di esplorare la natura che i miei genitori hanno permesso e incoraggiato.

Mi preoccupa il fatto che i bambini di oggi non abbiano la stessa libertà. Cosa potrà significare per la loro creatività futura e il loro rapporto con il mondo naturale? Mentre affrontiamo la minaccia della crisi climatica e la lenta distruzione degli habitat in tutto il mondo, dobbiamo offrire ai bambini l’opportunità di interagire con la natura in modo “selvaggio”, in modo che imparino a preservare il mondo naturale che ci circonda.

La natura selvaggia delle Ebridi scozzesi, i boschi dei South Downs inglesi e le paludi spazzate dal vento dell’Inghilterra orientale – questi paesaggi antichi sono stati abitati dagli esseri umani e le loro storie così a lungo che si potrebbe incontrarvi un legionario romano che avanza a grandi passi sul fianco della collina, o vedere una nave vichinga che si fa strada lungo la costa senza sorprendersi troppo.

Da bambina trascorrevo molto tempo su una piccola isola disabitata al largo della costa occidentale della Scozia. L’isola non aveva strade né elettricità: era una distesa ventosa e selvaggia, di uccelli marini ed erica. Come naufraghi, la mia famiglia ed io venivamo lasciati sull’isola da un barcaiolo locale per le vacanze estive e raccolti di nuovo settimane dopo. Mentre eravamo sull’isola, non avevamo modo di contattare il mondo esterno.

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Poiché non c’era elettricità, la casa era illuminata a lume di candela. Senza il telefono o la televisione, trascorrevo molto tempo a disegnare e a scrivere storie. Di sera, mio padre raccontava a me e ai miei fratelli le storie dei Vichinghi che avevano invaso l’isola 1.200 anni prima; delle antiche, litigiose tribù britanniche che si combattevano; e soprattutto dei draghi che vivevano nelle grotte sulle scogliere dell’isola. Fu allora che iniziai a scrivere storie su draghi e vichinghi, quando avevo 9 anni, a lume di candela su quella piccola isola. Erano le storie che in seguito si trasformarono in “Come addestrare un drago”.

Io e i miei fratelli, cresciuti negli anni ‘70, abbiamo avuto una libertà che i bambini di oggi non hanno. “Ciao ragazzi, tornate quando avete fame”, dicevano i nostri genitori mentre uscivamo di casa per le nostre avventure. “Non cadete giù da una scogliera!” Ah, che inimmaginabile libertà!

post-picture Ph. Rene Bernal


Durante altre vacanze, girovagando non accompagnata in bicicletta vicino alla casa di mia nonna nella campagna inglese, giocavo sulla cima di una fortezza dell’età del ferro chiamata “Trundle”. La vista era straordinaria – si vedeva per miglia e miglia – e io provavo in modo molto forte di quello che J. R. R. Tolkien ha chiamato “la dolorosa sensazione del passato scomparso”. Mi chiedevo: chi erano le persone che vivevano qui, molto tempo fa? Quali erano le loro storie, che sono andate perdute?

Dalla fortezza della collina, godevo di una buona vista su Levin Down, un luogo straordinariamente lugubre e meraviglioso che noi chiamavamo “la collina delle fate”. In modo inquietante e sorprendente, si innalzava dai quieti campi di campagna che lo circondavano, come la schiena di una balena che affiora dall’oceano. Gli alberi erano stati sospinti lì per caso, anziché essere piantati da mani umane, e alcuni erano alberi di tasso: ero stata avvertita di non toccarli. C’erano posti in cui non si poteva andare e cartelli con su scritto “attenzione” (che ho sempre trovato eccitanti) perché l’area era stata utilizzata come campo di allenamento durante la seconda guerra mondiale. Per una bambina sensibile come me, era facile credere che quella collina fosse incantata. Era intrigante, inquietante, eccitante e bello allo stesso tempo.

post-picture Ph.Carl Jorgensen


La collina era coperta di strani tumuli erbosi delle dimensioni di una tana di talpa. Gli adulti non avevano idea di cosa fossero – e questo era molto eccitante per me, il rendermi conto che c’erano cose al mondo che nemmeno gli adulti capivano. Così al quesito ho dato una risposta mia, e ho deciso che dovevano essere tumuli per le fate. Questo è stato il magico paesaggio che ha ispirato il mio libro “Il tempo dei maghi”.

Per il bosco selvaggio di quel libro, ho preso particolare ispirazione dall’antico bosco di Kingley Vale nel Sussex. I suoi alberi hanno volti nodosi, espressivi e radici che si avvinghiano alla terra con un potere quasi viscerale. Più impari sugli alberi, più ti rendi conto che sono magici.

Sapevate, ad esempio, che gli alberi possono comunicare tra loro attraverso le radici, anche quando si trovano a molte miglia di distanza?

Gli alberi vivono in tantissimi libri per bambini. Da “Peter Pan” a “Sette minuti dopo la mezzanotte”, da “Il Signore degli Anelli” a “Harry Potter”, gli alberi sono rifugi, prigioni e simboli della potenza della natura. Possono essere una casa accogliente, come il Bosco dei Cento Acri in “Winnie Pooh”, o dare un senso di minaccia, come la foresta innevata di “Il leone, la strega e l’armadio”. Possono anche essere simbolici, come l’albero morente riempito di cemento in “Il buio oltre la siepe”. Gli scrittori che amavo da bambina erano similmente ispirati da paesaggi e natura magici: Ursula K. Le Guin, J.R.R. Tolkien, L. Frank Baum, Diana Wynne Jones, Lloyd Alexander, Robert Louis Stevenson, T.H. White – e tanti altri.

Oggi i bambini hanno molte meno possibilità di accedere alla natura senza la supervisione di adulti. Temo che possano non conoscere mai la magia della natura selvaggia, il potere degli alberi e l’eccitazione che deriva dall’esplorare la natura senza che un adulto incomba su di loro. Così scrivo libri per bambini che non sapranno mai com’era la libertà della mia infanzia.

Mio padre non scoprì mai se il nido sulla scogliera apparteneva a un’aquila coda bianca o a una poiana. La folata di vento che mi spaventò lo fece tornare in sé, così si allontanò in fretta dal bordo della scogliera, prima che potessi perdere la presa. Attraversammo barcollando la burrasca verso la casetta di pietra sull’isola dove, alla luce delle candele, ci asciugammo davanti al fuoco.

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L’autore:

Cressida Cowell

Autrice e illustratrice dei libri “Come addestrare un drago” e “Il tempo dei maghi”.

Tradotto da XR Italia dall’originale:

https://www.nytimes.com/2020/02/07/opinion/sunday/cressida-cowell-children-nature.html?fbclid=IwAR3yCEYK9DZTtx1svDVoUkQIUyUP1luXG8p8DyzPYeewyPii_Dg40D1oeW8

Credits delle immagini:

La grafica di apertura è stata elaborata per XR Italia da Carlotta Artioli, le altre immagini hanno licenza Creative Commons.