Il 2020 può essere l’anno in cui ricarichiamo noi stessi (e la natura)

09 Jan 2020 - XR Italia
XR Magazine Cultura Rigenerativa



Questo articolo introduce la categoria di XR Magazine ispirata al nostro terzo principio: “Abbiamo bisogno di una cultura rigenerativa - creando una cultura che sia sana, resiliente e adattabile.”


Una cultura rigenerativa si prende cura del pianeta e si prende cura della vita, nella consapevolezza che questo è il modo più efficace per creare un futuro fiorente per tutta l’umanità. Lo scopo di cultura rigenerativa è quello di alimentare una nuova cultura che sia solida e resiliente e che possa sostenerci tutti attraverso i cambiamenti che dovremo inevitabilmente affrontare insieme. Cultura rigenerativa significa migliorare di anno in anno, facendo piccoli passi per guarire e progredire, a tutti i livelli, come individui e come comunità.

C’è un forte legame fra la tensione verso una cultura rigenerativa, l’attivismo e la salute mentale.

Come ha scritto il 2 gennaio George Monbiot nella sua colonna del Guardian, “i manifestanti che hanno reso il 2019 l’anno dell’azione per il clima […] faranno tutto il possibile per focalizzare l’attenzione del mondo sulla più grande crisi che gli esseri umani abbiano mai affrontato. Ma con i governi ostili che bloccano una risposta internazionale collettiva a questa emergenza, la lotta sembrerà sempre più disperata”.[1] Questo, secondo Monbiot, può portare molti attivisti vicini all’esperienza del burnout, con la determinazione che si indebolisce e le fonti interne e esterne di sconforto che si sommano, risultando difficili da districare.

Monbiot continua ragionando sul fatto che, per molte persone, non esiste una separazione tra fonti interne ed esterne di sconforto, infatti studi hanno chiarito che le persone che vivono in luoghi fortemente inquinati hanno livelli più alti di depressione e suicidio: l’inquinamento atmosferico è stato implicato nell’infiammazione cerebrale e nei danni alle cellule nervose, entrambi legati alla malattia mentale.[2]

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Ridurre l’inquinamento atmosferico in tutto il mondo potrebbe prevenire la depressione di milioni di persone, suggerisce la ricerca. Ciò presuppone che l’esposizione all’aria tossica stia causando questi casi di depressione: gli scienziati ritengono che ciò sia probabile, ma è difficile dimostrarlo oltre ogni dubbio. L’inquinamento da particelle analizzato nello studio a cui si fa riferimento è prodotto dalla combustione di combustibili fossili nei veicoli, nelle case e nell’industria. I ricercatori hanno affermato che queste nuove prove hanno ulteriormente rafforzato gli inviti affrontare ciò che l’Organizzazione mondiale della sanità chiama “emergenza silenziosa per la salute pubblica” dell’aria inquinata. Altre ricerche indicano che l’inquinamento atmosferico provoca una “enorme” riduzione dell’intelligenza e può portare alla demenza. Una revisione globale completa all’inizio del 2019 ha concluso che l’inquinamento atmosferico potrebbe danneggiare ogni organo e praticamente ogni cellula del corpo umano.

Questi risultati sono supportati da ricerche più recenti, tra cui studi che collegano l’inquinamento atmosferico con “mortalità estremamente elevata” nelle persone con disturbi mentali e un rischio quadruplicato di depressione negli adolescenti.

Come confrontarsi con tutto questo? Secondo alcuni psicoterapeuti l’attivismo sui cambiamenti climatici sta riducendo i problemi di salute mentale tra i giovani. Le persone che lavorano con gli adolescenti e i giovani segnalano sempre più ansia per i cambiamenti climatici, un fenomeno noto come “eco-ansia”, ma gli esperti affermano che intraprendere azioni collettive sulla questione ha favorito il benessere degli studenti. I giovani che scendono in piazza per chiedere ai politici di intervenire con urgenza sui cambiamenti climatici si sentono più sicuri e determinati, secondo gli psicoterapeuti e i dirigenti scolastici[3]. La psicoterapeuta Caroline Hickman ha parlato con genitori e insegnanti negli ultimi mesi, affermando di aver visto migliorare il benessere dei ragazzi a seguito dell’attivismo dei cambiamenti climatici. “L’attivismo o l’adesione a gruppi ridurrà l’ansia”, ha affermato Hickman, docente presso l’Università di Bath e membro della Climate Psychology Alliance. “Ridurrà il senso di isolamento.” Dunque unitevi alla ribellione e ne trarrete beneficio.

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Ma tornando a chi si è già attivato ed è diventato uno dei ribelli ma si sente talvolta vicino al burnout?

Monbiot continua la sua argomentazione affermando che la ricerca ha collegato anche il benessere con la qualità dell’ambiente in cui si vive: un recente studio portato avanti in Danimarca suggerisce che le persone che sono cresciute in luoghi con molto spazio verde hanno meno possibilità di sviluppare un disturbo psichiatrico in età adulta rispetto a quelle cresciute in ambienti esclusivamente artificiali e cementificati, anche quando tutti gli altri fattori sono stati presi in considerazione.

Per questo il consiglio di Monbiot è quello di ritagliarsi più tempo a contatto con la natura, nel suo caso facendo kayak sul mare.

Diversi sono ormai i pareri da parte della comunità scientifica che affermano i numerosi benefici che porta anche una breve immersione nella natura, e in particolare nei boschi: regolazione del battito cardiaco, della pressione sanguigna, del sistema nervoso, dell’emissione di cortisolo (ormone dello stress); miglioramento dell’umore (attraverso la produzione di serotonina), riduzione della fatica e miglioramento delle prestazioni intellettuali.[4] Un recente studio pubblicato su Nature valuta in almeno l’8% del Pil mondiale il valore economico delle aree protette, considerando soltanto gli effetti sulla salute mentale dei visitatori. Un altro dei milioni di motivi per proteggere gli ecosistemi naturali, e ribellarsi in loro difesa.

L’argomentazione dell’editoriale di Monbiot si conclude affermando che di questi tempi anche le esperienze di contatto con la natura portano con sé un’ombra: la consapevolezza del drastico declino della biodiversità della fauna selvatica, che per Monbiot si potrebbe contrastare reintroducendo alcune specie selvatiche chiave della catena alimentare marina, permettendo al rewilding di fare il suo corso, e permettendo anche a noi Sapiens di provare la meraviglia del contatto con queste magnifiche specie, come la balena grigia o il pellicano dalmata.[5]

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Come dice Monbiot, ricaricare la natura ricarica lo spirito umano. E nel 2020 potremmo trarre tutti beneficio da entrambe le cose.

Nota della redazione di XR Magazine: In questo articolo abbiamo accennato ad alcuni argomenti chiave che meriterebbero un approfondimento ciascuno. Contiamo infatti di approfondirli nelle future uscite delle varie rubriche di XR Magazine. Stay tuned!


[1] George Mombiot è un veterano del giornalismo scientifico con una solida preparazione in scienze biologiche; ha aderito a Extinction Rebellion e si è fatto arrestare durante l’ultima Ribellione Internazionale a Londra. Link all’articolo.

[2] La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Health Perspectives, ha utilizzato rigorosi criteri di qualità per selezionare e riunire i dati di ricerca di 16 paesi pubblicati fino al 2017. Ciò ha rivelato un forte legame statistico tra aria tossica, depressione e suicidio. Link all’articolo.

[3] Link all’articolo.

[4] Questo è dimostrato da numerosi studi scientifici che hanno esaminato la risposta fisiologica e psicologica a seguito dell’inalazione delle sostanze volatili aromatiche presenti nelle foreste; una delle più recenti è stata svolta dal CNR e pubblicata su International Journal of Environmental Research and Public Health (IJERPH). Link all’articolo.

[5] Monbiot già nel 2014 lanciò dalle pagine del Guardian un Manifesto per il rewilding del mondo. Nello stesso anno approfondì la sua visione in un libro, tradotto in italiano col titolo: Selvaggi: il rewilding della terra, del mare, della vita umana (Piano B, 2018). Link all’articolo.