La "regola del 3,5%": come una piccola minoranza può cambiare il mondo

18 Apr 2020 - XR Italia
XR Magazine Società



Il secondo principio di Extinction Rebellion recita: incentriamo la nostra missione su ciò che è necessario: mobilitare il 3,5% della popolazione per ottenere un cambiamento di sistema - utilizzando idee come “organizzazione basata sullo slancio del momento” per raggiungere questo obiettivo. Ma da dove viene fuori questo “numero magico” del 3,5% della popolazione? In questo articolo passiamo in rassegna gli studi di Erica Chenoweth, la studiosa che ha definito la “regola del 3,5%”, rafforzandoci nella convinzione che una piccola minoranza nonviolenta possa cambiare il mondo. Cosa è questa regola? Ve lo spieghiamo nell’articolo!

Come abbiamo approfondito negli ultimi due articoli di XR Magazine, Extinction Rebellion parte dall’idea che l’unico modo efficace di contrastare la crisi climatica e ambientale che minaccia la sopravvivenza della nostra e di molte altre specie è la partecipazione di massa alla disobbedienza civile nonviolenta: migliaia di persone devono essere disposte a infrangere alcune leggi dei nostri governi fino a quando essi non saranno costretti ad agire per proteggerci. Come abbiamo visto nei precedenti articoli, la disobbedienza civile è un modo potente che le persone hanno di lottare per i propri diritti, le proprie libertà e la giustizia, senza l’uso della violenza. Esistono, ovviamente, molte ragioni etiche per utilizzare strategie nonviolente. Ma un’avvincente ricerca di Erica Chenoweth, politologa dell’Università di Harvard, conferma che la disobbedienza civile non è solo una scelta morale; è anche di gran lunga il modo più potente di plasmare la politica mondiale.

Studiando centinaia di campagne nel corso dell’ultimo secolo, Chenoweth ha scoperto che le campagne nonviolente hanno il doppio delle probabilità di raggiungere i propri obiettivi rispetto alle campagne violente. E sebbene le dinamiche esatte dipendano da molti fattori, Chenoweth ha dimostrato che nessun governo può resistere a una sfida portata avanti dal 3,5% della popolazione che governa senza cedere alle richieste del movimento oppure (in casi estremi) disintegrarsi. I fondatori di Extinction Rebellion affermano da sempre di essere stati direttamente ispirati dal lavoro di Chenoweth per il secondo principio del movimento, che guida le campagne del movimento stesso. In meno di un anno, seguendo queste idee, Extinction Rebellion in Gran Bretagna è passato da 15 persone in una stanza alla creazione della più grande campagna di disobbedienza civile organizzata nella storia britannica.

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Ph. Archivio media XR UK


Come è arrivata Chenoweth a queste conclusioni?

Chenoweth ammette che quando iniziò le sue ricerche a metà degli anni 2000, inizialmente era piuttosto scettica rispetto all’idea che le azioni nonviolente potessero essere più potenti dei conflitti armati nella maggior parte delle situazioni. Come dottoranda presso l’Università del Colorado, le fu chiesto di frequentare un seminario accademico organizzato dall’International Center of Nonviolent Conflict (ICNC), un’organizzazione senza scopo di lucro a Washington DC. Il seminario presentò molti esempi convincenti di proteste pacifiche che hanno portato a cambiamenti politici duraturi, tra cui, ad esempio, la “Rivoluzione del Rosario” nelle Filippine.

Ma Chenoweth fu sorpresa di scoprire che nessuno aveva confrontato in maniera esaustiva i tassi di successo delle proteste nonviolente contro quelle violente, e questo non fece che acuire il suo scetticismo. Così, in collaborazione con Maria Stephan, ricercatrice dell’ICNC, Chenoweth eseguì una vasta revisione della letteratura sulla resistenza civile e sui movimenti sociali dal 1900 al 2006, usando un set di dati poi confermato da altri esperti del settore. Le due studiose hanno principalmente considerato i tentativi di provocare un cambio di regime. Un movimento è stato considerato di successo se ha raggiunto pienamente i suoi obiettivi: a) entro un anno dal suo massimo impegno b) come risultato diretto delle sue attività. Un cambio di regime derivante da un intervento militare straniero non è stato considerato un successo della protesta, per esempio. Allo stesso tempo, una campagna era considerata violenta se comprendeva bombardamenti, rapimenti, distruzione di infrastrutture - o qualsiasi altro danno fisico a persone o cose1. Alla fine di questo processo, le studiose avevano raccolto dati da 323 campagne violente e nonviolente. E i loro risultati - che sono stati pubblicati nel loro libro Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict -sono stati sorprendenti.

La forza nei numeri

Complessivamente, le campagne non violente hanno il doppio delle probabilità di successo rispetto alle campagne violente: hanno portato a cambiamenti politici il 53% delle volte rispetto al 26% delle proteste violente.

Questo è stato in parte il risultato della forza dei numeri. Chenoweth sostiene che le campagne nonviolente hanno maggiori probabilità di successo perché possono reclutare molti più partecipanti da una platea molto più ampia, il che può causare gravi interruzioni che paralizzano la normale vita urbana e il funzionamento della società. Ovviamente, le proteste violente escludono necessariamente le persone che aborriscono e temono spargimenti di sangue. Le proteste nonviolente hanno anche meno ostacoli fisici alla partecipazione: non è necessario essere in forma e in salute per iniziare uno sciopero o una protesta nonviolenta, mentre le campagne violente tendono ad appoggiarsi al sostegno di giovani fisicamente in forma. E mentre anche molte forme di protesta nonviolenta comportano gravi rischi - basti pensare alla risposta della Cina in Piazza Tiananmen nel 1989 - Chenoweth sostiene che le campagne nonviolente sono generalmente più facili da discutere apertamente, il che significa che le notizie sul loro verificarsi possono raggiungere un pubblico più ampio.

In effetti, delle 25 più grandi campagne che hanno studiato, 20 erano nonviolente e 14 di questi furono veri e propri successi. Complessivamente, le campagne nonviolente hanno attratto circa quattro volte il numero di partecipanti (200.000) rispetto alla campagna violenta media (50.000).

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“I numeri contano davvero per affrontare il potere in modi che possano sul serio rappresentare una seria sfida o minaccia per l’autorità o potere radicato”, afferma Chenoweth - e la protesta nonviolenta sembra essere il modo migliore per ottenere quel sostegno diffuso.

Una volta che circa il 3,5% dell’intera popolazione ha iniziato a partecipare attivamente, il successo sembra inevitabile.

“Non ci sono state campagne fallite dopo aver raggiunto il 3,5% di partecipazione durante un evento di punta”, afferma Chenoweth, un fenomeno che ha definito la “regola del 3,5%”.

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Credits: Kay Michael

Con un ampio sostegno da parte della popolazione, le campagne non violente hanno avuto, secondo la studiosa, maggiori probabilità di ottenere il sostegno della polizia e dei militari, proprio i gruppi su cui il governo dovrebbe appoggiarsi per ottenere l’ordine.

Durante una pacifica protesta di strada di milioni di persone, i membri delle forze di sicurezza possono anche avere maggiori probabilità di temere che i loro familiari o amici siano tra la folla, il che significa che non riescono a reprimere il movimento.

In termini di strategie specifiche utilizzate, gli scioperi generali “sono probabilmente uno dei metodi più potenti, se non il più potente, di resistenza nonviolenta”, afferma Chenoweth. Ma hanno un costo personale, mentre altre forme di protesta possono essere completamente anonime. Ad esempio Chenoweth indicai boicottaggi dei consumatori all’epoca dell’Apartheid in Sudafrica, in cui molti cittadini neri rifiutato di acquistare prodotti di aziende con i proprietari bianchi. Il risultato fu una crisi economica tra l’élite bianca del paese che contribuì alla fine della segregazione all’inizio degli anni ‘90.

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Credits: Francesca E. Harris

Un numero magico?

Questi sono schemi molto generali, ovviamente, e nonostante abbiano due volte il successo dei conflitti violenti, la resistenza pacifica ha comunque fallito il 47% delle volte. Come hanno sottolineato Chenoweth e Stephan nel loro libro, a volte ciò è dovuto al fatto che non hanno mai ottenuto abbastanza sostegno o slancio per “erodere la base di potere dell’avversario e mantenere la resilienza di fronte alla repressione”. Nel set di dati di Chenoweth, è avvenuto solo una volta che le proteste nonviolente abbiano raggiunto quella soglia del 3,5% di coinvolgimento attivo che sembra garantire il successo- e raggiungere quel livello di supporto non è un’impresa da poco. Nel Regno Unito ammonterebbe a 2,3 milioni di persone attivamente impegnate in un movimento (circa il doppio di Birmingham, la seconda città del Regno Unito); in Italia più di 2,1 milioni di persone, negli Stati Uniti coinvolgerebbe 11 milioni di cittadini, più della popolazione totale di New York City.

Resta il fatto, tuttavia, che le campagne nonviolente sono l’unico modo affidabile per mantenere quel tipo di coinvolgimento.

Lo studio iniziale di Chenoweth e Stephan è stato pubblicato per la prima volta nel 2011 e le loro scoperte hanno attirato molta attenzione da allora. “È difficile sopravvalutare quanto siano stati influenti in questo corpo di ricerca”, afferma Matthew Chandler, ricercatore presso l’Università di Notre Dame in Indiana.

Isabel Bramsen, che studia conflitti internazionali all’Università di Copenaghen, concorda sul fatto che i risultati di Chenoweth e Stephan sono convincenti. “È ora una verità consolidata nel campo che gli approcci nonviolenti hanno molte più probabilità di avere successo rispetto a quelli violenti”, afferma. Per quanto riguarda la “regola del 3,5%”, sottolinea che mentre il 3,5% è una piccola minoranza,un tale livello di partecipazione attiva probabilmente significa che molte più persone sono tacitamente d’accordo con la causa.

Questi ricercatori stanno ora cercando di districare ulteriormente i fattori che possono portare al successo o al fallimento di un movimento. Bramsen e Chandler, per esempio, sottolineano entrambi l’importanza dell’unità tra i manifestanti. Chenoweth sottolinea la necessità che i libri di storia prestino maggiore attenzione alle campagne nonviolente piuttosto che concentrarsi così pesantemente sulla guerra. “Tante storie che ci raccontiamo si concentrano sulla violenza - e anche se si tratta di un disastro totale, troviamo ancora un modo per trovare vittorie al suo interno”, afferma. “Eppure tendiamo a ignorare il successo di una protesta pacifica”.

L’interesse di Chenoweth si è recentemente concentrato sulle proteste più vicine a casa, come il movimento Black Lives Matter e la marcia delle donne nel 2017. È anche interessata a Extinction Rebellion. “Si scontrano con un sistema molto inerte”, ​​afferma. “Ma penso che abbiano un nucleo incredibilmente ponderato e strategico. E sembrano avere tutti i giusti istinti su come svilupparsi e crescere attraverso campagne di resistenza nonviolenta.

Fonti e approfondimenti:

https://cup.columbia.edu/book/why-civil-resistance-works/9780231156820

https://www.bbc.com/future/article/20190513-it-only-takes-35-of-people-to-change-the-world

TED TALKS di Erica Chenoweth: https://www.nonviolent-conflict.org/resource/success-nonviolent-civil-resistance/

https://tedxboulder.com/speakers/erica-chenoweth


  1. I criteri per considerare una protesta nonviolenta di successo applicati dalle due studiose erano così rigidi che il movimento per l’indipendenza dell’India non è stato considerato come prova del successo della protesta nonviolenta nell’analisi di Chenoweth e Stephan - poiché le risorse militari in diminuzione in Gran Bretagna furono considerate un fattore decisivo, anche se le stesse proteste ebbero un’enorme influenza. 

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