DEMOCRAZIA E STATO DI ECCEZIONE: CHI DECIDE NELL’EMERGENZA?

02 May 2020 - di pav locc
XR Magazine Società



La terza richiesta di Extinction Rebellion è: “Chiediamo che il governo costituisca e sia guidato dalle decisioni di un’assemblea di cittadini/e sulle misure da attuare e sulla giustizia climatica ed ecologica.” XR chiede dunque la creazione di assemblee di cittadini/e che siano adatte a facilitare la transizione ecologica, per un vero cambiamento di sistema. Si tratta di rivoluzionare l’approccio alla gestione della vita collettiva che superi le mancanze e i fallimenti della democrazia rappresentativa. I membri delle assemblee cittadine saranno tirati a sorte tra tutti gli strati sociali e le origini etniche, culturali, di genere, etc. in tutta la popolazione, tra tutti quelli che vorranno partecipare. Dovranno deliberare sulla base delle migliori evidenze scientifiche e stabilire insieme le strategie e i percorsi da attuare per trasformare la società in chiave di neutralità di emissioni e rispetto dei sistemi ecologici, in equità con tutti gli esseri viventi.In questo periodo di crisi legata alla pandemia, in Italia, per decidere come far ripartire il Paese e attuare la famosa “fase 2” sono state invece istituite decine di task-forces, composte unicamente da esperti e tecnici: oltre a mancare del tutto esperti in materia ecologica, manca la rappresentatività di genere e la trasversalità degli strati sociali, di origini etniche, culturali, e più in generale manca la componente civile. I cittadini invece sono i portatori di interesse, coloro nei quali risiede il potere politico, e come tali devono essere coinvolti nei processi decisionali e deliberativi, non solo in quelli consultivi. Nonostante la difficoltà e le tempistiche ristrette dovute all’emergenza che ci troviamo ad affrontare, la giustizia sociale vorrebbe che si istituissero processi decisionali inclusivi in cui siano presenti i cittadini, adeguatamente informati. Abbiamo raccolto l’opinione di un nostro simpatizzante, laureato in Filosofia del Diritto con una tesi su Democrazia deliberativa e Governance Ambientale.

Ci sono espressioni che nei giorni della pandemia ricorrono spesso. “Stato di eccezione” è una di queste. Nello stato di eccezione c’è una sospensione del diritto giustificata dalla volontà di superare una circostanza particolarmente grave che è sopraggiunta. Il paradosso tuttavia è nell’espressione “stato di eccezione”: buona parte della comunità scientifica da tempo sostiene che il collasso climatico, la distruzione e l’invasione di ecosistemi porterà ad un aumento di eventi del genere, che saranno tutto tranne che eccezionali.

La domanda dunque è: come gestire l’eccezione che è diventata regola?

La classica risposta ad un’emergenza è l’accentramento dei poteri. Come sta avvenendo durante la pandemia di COVID-19, il potere è delegato nelle mani di “pochi e saggi uomini”, ed il maschile non è casuale. C’è stata una proliferazione di comitati e task forces per la gestione dell’emergenza e soprattutto della cosiddetta “fase 2” di ripresa delle attività: pare che a livello governativo ve ne siano almeno una quindicina (per un totale di circa 450 esperti) e più di 30 a livello locale (per un totale di circa altri 400). Come si evince da una riflessione del Centro Studi Interdisciplinari di Genere CSG dell’università di Trento, raccogliendo i dati rispetto alla composizione di genere delle task forces l’esito è piuttosto sconfortante. Sul totale dei comitati per cui è stato possibile recuperare i dati, le donne rappresentano il 18,6% dei componenti: nessuna nel gruppo tecnico-scientifico che supporta le decisioni del governo; 4 su 17 componenti per la task force voluta dallo stesso governo per la ripartenza, tanto da dover porre in essere tavoli appositi, (e per questo marginali) di sole donne, per offrire un diverso punto di vista da cui guardare l’emergenza.

Le task forces sono comunque un modo mascherato di accentrare il potere, e anche il lessico politico è cambiato, tanto che si può notare come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nei suoi discorsi abbia cominciato ad utilizzare la prima persona singolare “ho deciso, ho scelto…”.

Nei processi decisionali non sono coinvolti i cittadini stessi, che invece già da anni devono far fronte ad emergenze (locali e globali) innescate dalla crisi e che purtroppo senza un drastico cambiamento di rotta, nei prossimi anni dovranno confrontarsi con emergenze sempre più drammatiche. Il potere oltre che accentrato diventa degli“esperti” scelti dal governo. Nelle loro apparizioni pubbliche i rappresentanti politici sono sempre accompagnati da medici o scienziati selezionati da loro e ogni decisione presa ha l’odore dell’inevitabilità: le scelte sono presentate come tecnicamente obbligate. A voler seguire la narrazione ufficiale sembrerebbe che non ci sia più spazio per considerazioni “extra-tecniche”, eppure non è così. Per esempio, scegliere quando chiudere le attività produttive non essenziali, e definire quali siano le attività produttive essenziali sono scelte extra-tecniche e sono accompagnate da valutazioni economiche, sociali, etiche. In questa narrazione, c’è un ulteriore errore: gli esperti vengono presentati come portatori di un pensiero unico, e le loro scelte come tecnicamente obbligate.

“La parola agli esperti”, è il motto. Sì, ma quali? Oltre al fatto che gli esperti in materia sanitaria hanno fra loro opinioni anche molto diverse, abbiamo notato come nelle task force principali improntate in Italia manchino del tutto gli ecologi, i climatologi, gli esperti di ambiente e di sostenibilità: queste scelte non sono neutre ma denotano come la dimensione ecologico-ambientale sia assente nei processi decisionali approntati (e come ancora una volta i decisori politici stiano ignorando gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica globale rispetto al collasso climatico ed ecologico).

Nello scenario emergenziale, in cui uomini forti annunciano decisioni che presentano come inevitabili,la politica non è affatto sorda all’opinione pubblica. Occorre capire nel presente e, in particolar modo durante la pandemia, come si formi e si manifesti l’opinione pubblica. Se sono drasticamente diminuite le interazioni vis-a-vis, sono aumentate le ore passate sui social network e, in genere, sul web. La maniera in cui ci interfacciamo col mondo, volenti o nolenti, è internet. Le piattaforme mainstream (Google, Facebook), tuttavia, non sono affatto neutre, come si presentano. La maniera in cui i contenuti sono ordinati sulla nostra bacheca e i contenuti stessi che ci vengono offerti non rispondono al caso, ma a precisi algoritmi che elaborano i nostri comportamenti sul web. Questi algoritmi sono responsabili, fra le altre cose, della creazione di bolle di filtraggio che sono il risultato del sistema di personalizzazione delle ricerche che registra il comportamento dell’utente. Si utilizzano così informazioni sull’utente (come click precedenti, ricerche passate) per scegliere selettivamente quello che vorrà vedere l’utente stesso. L’effetto è di escludere l’utente da informazioni che sono in contrasto con il suo punto di vista, isolandolo in tal modo nella sua bolla culturale o ideologica.

Già nel 2011 Eli Pariser, autore de Il filtro. Quello che internet ci nasconde, diceva:

“Un mondo costruito su ciò che ci è familiare è un mondo dove non c’è nulla da imparare… (in quanto c’è) un’invisibile auto-propaganda che ci indottrina con le nostre proprie idee”.

Penso a mia madre, che avendo fatto delle ricerche sulla pericolosità del virus fra i giovani, scorrendo le sue bacheche online legge di continuo di morti tra i 20 e i 30 anni per coronavirus, che è la fascia d’età mia e di mia sorella. Penso alla sua iniziale preoccupazione che la bolla di filtraggio ha trasformato in puro panico.

Se Google “filtra”, la democrazia fa, o dovrebbe fare, tutto il contrario. Ti mette davanti tutte le contraddizioni, tutte le differenze e le opinioni diverse dalle tue.

Quella delle bolle di filtraggio è una, e neanche la più grave, delle pressioni che distorcono l’opinione pubblica, che dunque si forma in condizioni non democratiche ed in spazi virtuali e non pubblici.

post-picture

Fondamentalmente, sembra si stiano formando due possibili e non alternativi scenari:

- una“googlecrazia”che è governo di algoritmi che ci marginalizzano in bolle inespugnabili;

- il ritorno di certi autoritarismi che ingenuamente pensavamo di aver felicemente superato.

Sullo sfondo giace inerme la democrazia che nell’immaginario comune è stata relegata a semplice espressione di preferenze individuali, una tantum, ma che più probabilmente è un complesso processo collettivo di ascolto, di informazione non manipolata, di dialogo e anche di conflitto.

Che forme la democrazia potrà assumere è tutto da vedere. Alcuni dei teorici della democrazia deliberativa hanno proposto modelli che si fondano sull’estrazione a sorte. Fra questi modelli c’è quello delle assemblee civiche.

Le assemblee civiche sono composte da individui, rappresentativi del tessuto sociale (sorteggiati sulla base di alcuni criteri come età, genere, reddito, …), che dopo un confronto con alcuni soggetti che abbiano acclarate competenze scientifiche e con portatori di interesse, e al termine di un periodo di dialogo e dibattito (che può durare anche mesi) deliberano su una questione di interesse pubblico. Nonostante la difficoltà e le tempistiche ristrette dovute all’emergenza che ci troviamo ad affrontare, la giustizia sociale vorrebbe che si istituissero processi decisionali inclusivi in cui siano presenti i cittadini, adeguatamente informati e che si smettesse di ricorrere ad una partecipazione di facciata in processi consultivi per legittimare scelte prese in altre sedi.

Qualcuno sostiene che in questo momento siamo tutti sulla stessa barca. Questo non è vero. Siamo tutti nello stesso naufragio, ma su barche diverse. Pochi e giganteschi yacht in mare e tante, troppe zattere alla deriva.

In questo senso la democrazia si presenta come un ecosistema complesso, in cui la giustizia sociale è precondizione ma anche esito di una società ecologicamente orientata. Se il nesso fra collasso ecologico e incedere di pandemie devastanti è acclarato, la transizione ecologica, che una volta in più si presenta come inderogabile, non può non passare per un processo democratico e in questo è fondamentale riflettere su una domanda che ci insegue da secoli: ma alla fine la democrazia che cos’è? Forse dopo decenni di politiche neoliberali ci risulta più facile dire che cosa non è democrazia.

Le assemblee civiche, con la loro tensione ad includere punti di vista e voci storicamente rimaste inascoltate e mettendo al centro del processo di legittimazione politica una deliberazione autenticamente pubblica, comunicano un desiderio di democrazia che in questi giorni di stress pandemico si fa dirompente e necessario. Un desiderio, in altre parole, per un mondo più giusto.

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