La sesta ondata di estinzioni di massa: perché dovrebbe importarcene qualcosa?

06 May 2020 - Gianluca Serra
XR Magazine Società



In questo articolo noi della redazione di XR Magazine abbiamo deciso di tornare sui temi che ci sono cari, la sesta estinzione di massa nella quale siamo immersi. L’autore è Gianluca Serra, un conservazionista della fauna selvatica e ribelle che si è specializzato in creature a rischio estremo di estinzione. In questo pezzo ci spiega perché dovremmo tutti quanti preoccuparcene e agire per creare un movimento di massa che si opponga alla distruzione degli ecosistemi e degli animali e piante selvatici che li abitano. Un movimento come Extinction Rebellion!

L’imprimatur scientifico, calato tra i nostri capi e colli soltanto alcuni mesi fa, conferma che quella che stiamo vivendo è solo l’inizio di un’ondata di ecocidi di massa di vita non umana sul pianeta Terra; un processo che potrebbe spazzare via un milione di specie di piante e animali selvatici dal nostro pianeta nel breve periodo (si parla di decine di anni).

\ Questa conclusione terrificante è supportata da circa quindici mila articoli scientifici (!), come si può leggere direttamente nel dossier prodotto dall’agenzia indipendente delle Nazioni Unite, l’Intergovernmental Science-Policy Platform for Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES). […]

Un processo storico

A volte trovo sollievo nell’esercitare un po’ di buon relativismo storico e biologico riflettendo sui massimi sistemi. Quello a cui stiamo assistendo oggigiorno è in effetti la fase finale di un processo che è cominciato 70 mila anni fa, quando dei cambiamenti ancora sconosciuti nel “cablaggio” dei cervelli umani hanno dato luogo alla cosiddetta “rivoluzione cognitiva”.

Da allora quella che era stata una specie dal profilo ecologico abbastanza dimesso, che si attestava cioè a livelli medio-bassi della catena alimentare, gradualmente ha cominciato ad avanzare di grado arrivando a diventare un temuto predatore (top predator) capace di uccidere prede molto più grandi della sua taglia.

Grazie alle sue elevate capacità di comunicazione e organizzazione, Homo sapiens iniziò così l’epico e relativamente rapido processo di colonizzazione e invasione del pianeta intero, iniziando a causare al contempo la sparizione di altre specie – spesso attraverso fenomeni di estinzione di massa. Così che, in un tempo relativamente breve, divenne il serial killer ecologico numero uno del pianeta.

Già 45.000 anni fa infatti i sapiens, sbarcando in Australia, causarono un disastro ecologico che spazzò via la maggior parte dei grandi marsupiali predatori. Destini simili furono riservati alla megafauna del Nord America (16.000 anni fa), del Madagascar e della Nuova Zelanda (solo poche centinaia di anni fa in entrambi i casi).

Senza contare che, in parallelo alla avanzata dei sapiens, tutte le altre specie umane (cioè di ominidi, appartenenti al genere Homo, i nostri parenti più stretti) anche loro scomparvero. Solo una coincidenza? (Ebbene sì, probabilmente abbiamo causato anche estinzioni di specie umane….).

Con l’avvento dell’agricoltura e delle religioni monoteistiche circa 10 mila anni fa, la visione antropocentrica del pianeta viene sacralizzata e istituzionalizzata: da allora ci siamo definitivamente convinti che non eravamo più parte della natura, che eravamo di un livello superiore; e che gli altri animali e piante erano state “create” per il nostro uso e consumo.

Tre ondate ecocide

Durante gli ultimi duecento anni ha avuto luogo un’improvvisa impennata nel tasso di consumo di natura da parte dei sapiens a seguito delle rivoluzioni scientifiche ed industriali, l’imperialismo dei paesi europei e la simultanea ascesa dell’economia capitalistica. Il boom della popolazione umana e del mercato libero globale e della successiva industrializzazione delle ultime cinque decadi hanno infine messo in ginocchio gli ecosistemi e la fauna selvatica del pianeta.

Quindi in sintesi ci sono stati tre impulsi ecocidi direttamente imputabili all’inesorabile espansione della popolazione sapiens: il primo provocato durante l’epica colonizzazione dell’intero pianeta, a piedi o su natanti artigianali, da parte dei sapiens cacciatori-raccoglitori; il secondo provocato dalla rivoluzione agricola; e il terzo e ultimo è quello attuale che si sta svolgendo di fronte ai nostri occhi rassegnati.

Come risultato, mentre 10 mila anna fa la fauna selvatica rappresentava il 99% dell’intera biomassa del pianeta, oggi si è ridotta ad appena l’1%; il resto della biomassa attuale (il 99%) è rappresentato dagli umani e dai loro animali da macello e piante da coltivazione.

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Photo by McGill Library on Unsplash

Dovremmo essere elettrizzati di stare vivendo un altro momento storico della evoluzione di Homo sapiens? Il problema è che siamo attualmente sotto un ultimatum dell’ONU: solo l’anno scorso scienziati di punta che studiano la crisi climatica ci hanno informato che solo 12 anni sono stati stimati per evitare una catastrofe sul pianeta che metterà a rischio la civiltà umana stessa.

Quindi, a stretto giro della minaccia di auto-distruzione nucleare di qualche decennio fa, su di noi incombe adesso un’altra minaccia non meno grave.

Un cambiamento trasformativo

“Se c’è una lezione importante che ho imparato dalla mia esperienza sulla prima linea della natura devastata è che la virtuosità individuale -o quella dei singoli progetti- non fa grande differenza nella realtà della società di massa odierna né possono avere un impatto significativo a livello globale.”

Quanto affermato vale se permane il dominante sistema socio-economico attuale. Tuttavia per decadi l’enfasi sulla virtuosità individuale (usa la bicicletta invece della macchina, raccogli la spazzatura sulla spiaggia, spegni le luci quando non servono ecc.) è stato il principale leit motif dell’impegno ambientalista.

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Photo by Marcin Jozwiak on Unsplash

Al contrario, a questo punto dei “cambiamenti trasformativi” sono ciò che serve per incidere sull’attuale gravissima crisi ecologica, un termine usato appropriatamente dal menzionato dossier dell’IPBES.

Dato il fatto che fino ad ora governi e organizzazioni internazionali (strettamente controllati dalle élite economiche e finanziarie globali dipendenti dagli idrocarburi fossili) non hanno mostrato alcun segno di consapevolezza né hanno iniziato un percorso di riforme appropriato alla scala del problema, l’unica speranza rimasta risiede in un sollevamento globale di massa promosso da movimenti popolari che diano l’impulso necessario alla politica per attuare le riforme necessarie. Prima che sia davvero troppo tardi (e sperando che non lo sia già).

Quello che serve è un programma di riforme globali di ampio respiro - focalizzato sia sulla limitazione del consumo delle risorse, sia sul contenimento della crescita demografica mondiale. Impegnarsi su uno solo di questi due fronti non sarà sufficiente. (Certo, i paesi industrializzati, guarda caso, tendono sistematicamente a vedere solo il secondo problema, rimuovendo il primo).

Greta Thunberg e l’attuale movimento globale degli studenti dello sciopero climatico sono un raggio di speranza, come pure lo è il Movimento di Extinction Rebellion. Non posso credere ai miei occhi: le “nuove generazioni”, tanto menzionate nelle decadi passate da noi attivisti finalmente sono cresciute e scendono in piazza con le loro gambe e i loro cervelli. Davvero un raggio di luce commovente – ma hanno bisogno del nostro pieno supporto.

Una domanda cruciale

Per creare una consapevolezza di massa critica a livello globale, c’è ancora una domanda importante a cui rispondere: perché dovremmo conservare ciò che è rimasto degli ecosistemi selvatici e delle specie di fauna e flora del nostro Pianeta?

Questa è una domanda a cui dovremmo essere pronti a rispondere chiaramente, specialmente considerando che la maggior parte della popolazione umana mondiale vive oggigiorno nei centri urbani, inconsapevoli di questioni ecologiche e completamente disconnessi dalla natura - e quindi non è in grado di apprezzare in pieno quanto la nostra sopravvivenza come specie sia ancora profondamente dipendente da ecosistemi e natura.

C’è stato un dibattito recentemente stimolato da un articolo provocatorio scritto dal biologo Alexander Pyron che in sintesi sostiene che non dovremmo perdere troppo tempo per salvare ecosistemi e specie a meno che non ne abbiamo direttamente bisogno.

Ma una delle lezioni più importanti derivanti dalla ecologia e dalle scienze della vita è che tutto è interconnesso sul Pianeta in modi di cui siamo appena consapevoli. Come si potrebbe infatti stabilire per certo che un dato ecosistema o specie non sono importanti per la vita sulla Terra? Specialmente considerando che la nostra conoscenza è così superficiale e lacunosa in termini di processi ecologici, ecosistemi e specie.

Pensate che chiunque di noi, compreso il dr Pyron, accetterebbe di volare su un aereo da cui alcuni bulloni “secondari” fossero stati rimossi dalla compagnia aerea, poco prima del decollo, per risparmiare sul costo del volo?

Risposte

Dovremmo avere cura e preoccuparci della natura e degli animali semplicemente perché ne siamo parte integrante e perché abbiamo ancora bisogno di ecosistemi funzionali intorno a noi per soddisfare necessità vitali come avere a disposizione aria e acqua puliti e suolo fertile; e per ottenere nutrienti di ogni tipo, come pure il cibo e la conoscenza scientifica (tendiamo a dimenticare che la maggior parte delle medicine che usiamo di routine nella moderna medicina sono state scoperte grazie allo studio dei segreti della natura).

Senza contare che l’importanza di avere natura e ambiente in salute intorno a noi ha implicazioni spirituali, estetiche e psicologiche per il nostro benessere che stiamo soltanto ora cominciando a comprendere (vedi la recente disciplina della psicologia della conservazione).

Forse, la cosa più importante, dovremmo essere profondamente preoccupati (empatici) verso il futuro delle Greta Thunberg del mondo - e cioè dei nostri figli e nipoti: come misura di buon senso, decenza e precauzione dovremmo lasciare alle generazioni future un Pianeta che sia ecologicamente funzionale e vivo. Questo appare come un dovere etico fondamentale e ineludibile.

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Photo by Annie Spratt on Unsplash

Non facciamoci incantare ancora dal mito e dagli specchietti per allodole degli utopici delle soluzioni tecnologiche, posseduti dal loro tipico delirio di onnipotenza e pronti a promettere che ci salveranno da qualsiasi pasticcio.

La verità è che ancora non siamo neanche lontanamente a conoscenza di come affrontare problemi complessi relativi all’equilibrio e funzionalità dei grandi sistemi di supporto della vita sulla Terra; l’approccio degli “utopici high-tech” in questi campi e le loro proposte a mio parere appaiono oltremodo ingenue e pericolosamente riduzioniste.

L’economia è senza dubbio importante, ed è anch’essa collegabile alla nostra sopravvivenza come specie. Ma la sua formulazione e realizzazione come si è svolta negli scorsi due secoli ci ha portati su una strada senza ritorno, pericolosa per la vita stessa sul pianeta.

Un po’ di buon senso

In altre parole, l’economia, per essere sostenibile e duratura per l’intera umanità oggi giorno, dovrebbe essere basata sui principi ecologici più elementari su cui si basa la vita sulla Terra. Queste sono semplici regole di buon senso. Perfino un albero o un riccio di mare potrebbe avere la percezione che il nostro Pianeta non può farcela a sostenere dieci miliardi di bipedi, ognuno con il “sogno americano” stampato nella mente.

La crescita economica infinita è uno slogan magico inventato da economisti e capitalisti positivisti ed euforici. Nello spazio di un secolo questo slogan si è trasformato in una nozione arcaica e pericolosa. È tempo di svegliarsi per confrontarsi con la realtà della vita sul Pianeta.

Dopotutto, non esiste alcunché di infinito nell’intera galassia!

Articolo ripubblicato con il consenso dell’autore da:

https://news.mongabay.com/2019/11/why-you-should-care-about-the-current-wave-of-mass-extinctions-commentary/

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/10/11/news/la-sesta-ondata-di-estinzioni-di-massa-perche-dovrebbe-importarcene-qualcosa-1.37679030?fbclid=IwAR0Q7P6yTKda4DxJygC3AsHnzbmf2Ke5r03pG2XGg32rxv4q2lx3c1E-fgk

L’autore:

Gianluca Serra è stato impegnato nella conservazione della fauna selvatica in prima linea, come cooperante internazionale, durante le scorse due decadi, a livello internazionale, su quattro continenti. Si è specializzato in specie animali a rischio estinzione, gestione delle aree protette, biologia marina, ornitologia e conoscenze ecologiche tradizionali. Un dossier scientifico-fotografico su 10 anni di impegno conservazionista nel cuore del deserto siriano è scaricabile gratis online. Un libro di narrativa, nella forma di reportage letterario, sullo stesso soggetto è stato pubblicato in Italia nel 2016 (Salam è tornata/Exorma).