I pasti dei ricchi che continuano ad includere animali selvatici nei menù

16 May 2020 - XR Italia
XR Magazine Società



Pubblichiamo degli estratti di un interessante reportage, uscito integralmente su The Atlantic e in traduzione su La Stampa, che racconta la storia del lavoro di Gianluca Serra, ribelle e conservazionista, nelle isole Samoa. Nello stato isolano del Pacifico, il tentativo di salvare i rarissimi uccelli si scontra con la tradizione che vuole i cosiddetti “piccoli dodo” sulle tavole imbandite delle persone benestanti, come segno di distinzione e rispetto. Molte recenti ricerche confermano che, anche in altri luoghi del mondo, il consumo di animali selvatici e prodotti derivati da essi è dovuto principalmente alle classi più agiate e non, come si pensava, alla caccia di sussistenza che sopperisce alle esigenze alimentari dei meno abbienti.

Storia diJ. B. MacKinnon

A quanto pare, il giorno più importante dell’anno per la caccia agli uccelli nella nazione insulare delle Samoa non è il giorno migliore per iniziare a cercare uno degli uccelli più rari del mondo. È la vigilia della “Domenica Bianca”, una festa nazionale durante la quale molti uccelli selvatici vengono mangiati come cibo tradizionale preferito, e fucili calibro 12 risuonano nelle foreste da giorni. Anche gli uccelli più comuni si nascondono…

Mi sono unito a Gianluca Serra, un conservazionista e ecologista italiano specializzato in creature a rischio estremo di estinzione, per una settimana di ricerca di un uccello che probabilmente non conta più di 200 esemplari.

Iniziamo su un arioso crinale nella giungla, sopra un villaggio chiamato Uafato, in una capanna progettata per nasconderci nell’ombra. Uafato è un villaggio remoto per gli standard di Upolu, che è la più popolata delle due isole principali delle Samoa, e ha trasformato la sua foresta comunale in una zona di divieto di caccia.

Gli uccelli non sembrano essere consapevoli di questo fatto. A parte i venti oceanici, che periodicamente trascinano una burrasca così pesante da innescare sintomi immediati del comune raffreddore, il paesaggio è straordinariamente tranquillo e silenzioso.

Vorrei potervi dire il nome dell’uccello che stiamo cercando, ma anche questo non è facile. In samoano, si chiama manumea (che può significare “uccello rosso” o “uccello prezioso”) o manuma (“uccello timido”). Il primo rapporto scientifico sulla specie fu pubblicato nel 1845 e l’uccello divenne presto noto tra gli anglofoni come il piccione dentato, perché la parte inferiore del becco presenta delle bizzarre dentellature a zigzag. I primi naturalisti proposero anche nomi come “piccione dodo” e “dodlet”, perché ricorda una versione in miniatura del dodo, l’uccello notoriamente incapace di volare che si è estinto nel 1600. Poiché i test genetici hanno ora dimostrato che il piccione dentato è davvero correlato al dodo, e poiché anch’esso potrebbe essere in via di estinzione, alcuni sono tornati a chiamarlo “il piccolo dodo”.

Accordiamoci quindi e chiamiamolo quimanumea”. Indipendentemente dal nome, è un piccione dai colori blu-verde scuro e castano, abbastanza grande da poter essere scambiato per un pollo, con un becco adunco, fuori misura, del colore del tramonto, come se avesse l’ambizione di diventare un pappagallo. Vive solamente nelle Samoa, dove è l’uccello nazionale, presente sulla valuta della nazione e sui murales di tutta la capitale Apia. Tuttavia quasi nessun samoano ha mai visto l’uccello vivo.

Paradossalmente, in quelle rare occasioni in cui un manumea si rivela, si osserva un uccello impressionante. Dal 19° secolo, gli osservatori lo hanno descritto come bello, dignitoso, speciale. Serra ne ha avuto un chiaro avvistamento e ne ha abbozzato la sua impressione subito dopo. Il suo disegno ritrae un lampo di colore blu elettrico sull’ala, più simile ad un angelo o ad un pegaso che ad un qualsiasi essere terreno. Lo vide dallo stesso nascondiglio che stiamo usando sopra Uafato.

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Dopo cinque ore e mezza stiamo ancora, Samuel Beckett non ce ne voglia, “aspettando dodo”. “È una specie fantasma”, afferma Serra, a cui i capelli argentati pettinati all’indietro e il volto perpetuamente bruciato dal sole danno l’aspetto di un console europeo tropicalizzato. “Come possiamo conservare qualcosa che non possiamo vedere?”

Dopo averci rinunciato, per quel giorno, scendiamo a Uafato, la cui sabbia bianca e le cui palme sono dominate da un’alta e precipitosa cascata. Le preparazioni culinarie per la festa della Domenica Bianca sono iniziate e l’aria odora di gusci di cocco bruciati.

“Dove sono i manumea?” chiede Serra ad un bambino ridacchiante di 10 anni. Dà un colpetto allo stomaco del ragazzo. “Sono tutti nelle pance samoane?”

\ È uno scherzo, ma dall’umorismo noir: quando una specie si riduce a numeri molto bassi, i cacciatori ne possono facilmente eliminare gli ultimi esemplari. Per decenni, tutti, a partire dagli ambientalisti ed economisti fino a gran parte del grande pubblico, hanno supposto che i colpevoli fossero i poveri disperati ed affamati del mondo, per i quali riempire uno stomaco vuoto è una priorità ben più alta della biodiversità.

Ma nelle Samoa è emersa una storia più complicata, che non discolpa così facilmente il mondo dei ricchi. Noi esseri umani non stiamo più solo mangiando specie in via di estinzione.Le stiamo consumando.

Il giorno dopo, Serra e io ci troviamo in piedi su un’antica struttura nella giungla di Savai’i, la più grande e selvaggia delle isole principali delle Samoa.È un luogo estremo.Ci siamo spinti appena nell’entroterra, rispetto al limite occidentale della nazione, una zona di nera roccia che sembra scendere gradualmente al mare. Nella tradizione polinesiana, questo è O Le Fāfā, l’entrata nel mondo sottomarino dei morti.

L’edificio piramidale che abbiamo scalato fino alla cima è uno di varie dozzine presenti nelle foreste delle Samoa. […] La misteriosa struttura è nota come “tumulo di stelle”, ed era usata, almeno a volte, per cacciare i piccioni.

Quando gli antenati degli odierni samoani arrivarono in barca circa 3000 anni fa, le isole ospitavano solo creature che potevano nuotare, volare o arrivare fin sulle loro coste trascinati dalla corrente. Tra questi, i piccioni, compresi i manumea, erano la fauna selvatica più grande e più gustosa a portata di mano. Secondo i dettami del sistema sociale fortemente gerarchico delle Samoa, cacciarli era riservato ai capi, allo stesso modo in cui la caccia al cervo in Inghilterra era una volta riservata agli aristocratici.

Si pensa che, quando un villaggio ospitava la caccia ai manumea, ai capi invitati, detti matai, venissero assegnate le postazioni sul “tumulo di stelle”, da dove competevano fra loro per catturare quanti più piccioni selvatici usando reti dal manico lungo. Le battute di caccia erano un rito divino, uno sport per spettatori, un motivo per le comunità di radunarsi e banchettare, e scomparvero rapidamente sotto l’influenza dei missionari europei all’inizio del XIX secolo.O per voler meglio dire, vennero trasformate.

Nel 2014, l’ufficio statistico delle Samoa condusse un sondaggio su ciò che i samoani stavano mangiando e bevendo. […] Quasi il 10 percento delle famiglie fornì resoconti dettagliati sulla propria dieta quotidiana.

Rebecca Stirnemann, un’ecologista della Nuova Zelanda che viveva nelle Samoa, vide l’opportunità di individuare chi, nello specifico, stesse mangiando la fauna selvatica samoana. Non si aspettava di scoprire che le persone mangiassero manumea. I cacciatori specializzati in manumea si potevano ancora trovare negli anni ‘80, ma poco dopo l’uccello divenne troppo raro per essere un bersaglio. Invece, Rebecca Stirnemann temeva che i cacciatori che davano la caccia al molto più comune piccione del Pacifico, detto lupe, stessero uccidendo i manumea opportunisticamente o per caso. Le interviste con i cacciatori samoani svolte da Stirnemann e dal ministero dell’ambiente delle Samoa rivelarono che più di un quarto di loro aveva sparato per sbaglio a più di un manumea. In successive interviste con un gruppo più ristretto di cacciatori di grande esperienza, Serra apprese che il 41% aveva sparato ad almeno un manumea.

“Se senti un richiamo da piccione e spari in aria, potresti prendere tanto un lupe quanto l’altro, il manumea”, mi disse Stirnemann. Sperava che questo sondaggio sulla dieta, nel rivelare quantilupestavano mangiando i samoani, potesse fornire un’indicazione sulla minaccia che la caccia rappresentava per i manumea. In linea con la credenza comune, supponeva che molti dei piccioni cacciati finissero nelle ciotole delle persone più povere - una conseguenza della caccia di sussistenza che mette in pericolo la fauna selvatica in tutto il mondo.

Analizzando i risultati del sondaggio sulla dieta delle famiglie, Stirnemann scoprì che i samoani stavano mangiando collettivamente più piccioni di quanto chiunque avesse previsto: almeno 22.000 uccelli ogni anno. Questo rappresenta 22.000 possibilità di sparare accidentalmente ad un manumea. Ma non erano i poveri che ne mangiavano la maggior parte: quasi il 45% di quei piccioni era stato consumato nelle case del 10% più benestante della popolazione. Concentrandosi d’altra parte invece sul 40% delle famiglie più benestanti, la percentuale in questione schizzava a un incredibile 80%.

[…] Come apprese presto Stirnemann, le sue scoperte si aggiunsero ad un numero crescente di studi in forte controtendenza rispetto alle ipotesi su chi e perché mangiasse specie minacciate. Nello stesso anno del sondaggio samoano, ricerche pionieristiche nell’Amazzonia brasiliana mostrarono che le persone potrebbero arrivare a mangiare più fauna selvatica, e non meno, nel fuggire dalla povertà rurale, spostandosi nelle città. Le famiglie più povere stavano ora dando la caccia agli animali selvatici, non solo per mettere del cibo sul tavolo come in passato, ma anche per venderlo alle persone più ricche. I benestanti erano i maggiori consumatori di specie minacciate e di “prestigio”, tra cui una scimmia, un grande roditore chiamato paca di pianura, e un pesce che può pesare quanto un pastore tedesco.

Poiché in passato soprattutto le popolazioni rurali e povere avevano ucciso animali selvatici per cibo o medicine, sia gli ambientalisti che gli esperti di sviluppo avevano previsto che le persone uscite dalla povertà avrebbero comprato cibo industriale e prodotti farmaceutici nei negozi, come la maggior parte di noi fa in occidente. Et voilà, la fauna selvatica del mondo si sarebbe salvata.

Ma studi preoccupanti continuavano ad emergere lentamente. Nelle città della foresta pluviale del Perù, alcuni dei maggiori consumatori di carne selvatica si rivelarono essere personale militare in visita, dirigenti industriali e turisti.In Vietnam, il corno del rinoceronte è ancora usato nella medicina tradizionale ma l’unico malanno da curare sembra essere l’“affluenza”: è stato infatti accertato che la metà degli utilizzatori avevano da “curare” sbornie, mentre un altro terzo doveva “disintossicare” il corpo; in alcuni casi mescolando la polvere del corno col vino per creare un cocktail descritto negli articoli dei giornali locali come “il drink alcolico dei milionari”.La storia è più o meno la stessa in Cina, dove i funzionari sospettano che il coronavirus sia stato trasmesso per la prima volta agli esseri umani attraverso un animale selvatico non ancora identificato. Se pensate che i cinesi bisognosi arrivino a mangiare qualsiasi essere vivente su cui mettono le mani, siete fuori strada. Nella Cina di oggi, la carne selvatica è spesso una prelibatezza e altri prodotti animali, come la pelliccia e le medicine tradizionali, sono un lusso; il commercio che ne deriva è aumentato bruscamente, invece che diminuire, con l’aumento della ricchezza della nazione(a Febbraio, la Cina ha vietato la vendita di carne di origine selvatica, con una scappatoia però per i prodotti di medicina tradizionale, ma la maggior parte del commercio si era già inabissato per vie illegali). Anche in un paese impoverito come lo Zimbabwe, i ricercatori hanno scoperto che i cacciatori mangiavano solo un quarto della carne che cacciavano, vendendo il resto a “persone con uno stipendio in contanti” che erano “generalmente più anziane e più ricche”.

CITES (Convention on International Trade of Endangered Species of Wild Fauna and Flora), la convenzione che regola il commercio internazionale di piante e animali selvatici, ha captato per la prima volta questo andamento nel 2014. “Stiamo assistendo a un cambiamento inquietante nella richiesta di alcune specie, proveniente dalla sfera della salute e da quella della ricchezza”, disse John Scanlon, il segretario generale dell’organizzazione a quel tempo. La carne selvatica, che da lungo tempo è un alimento base per molte delle persone più povere al mondo, si sta trasformando in un moderno bene di lusso– un “bene posizionale” che, come una borsa di Louis Vuitton o un orologio Cartier, è acquistato più come simbolo di identità, appartenenza sociale e status che per il suo scopo funzionale. Specie minacciate di estinzione vengono mangiate come gesto di consumismo estremo da uomini d’affari desiderosi di baldoria alcolica per creare e rinsaldare i rapporti di lavoro, e da famiglie abbienti desiderose di mostrare rispetto nei confronti di visitatori di riguardo; o da cittadini urbanizzati anelanti di riconnettersi con le loro radici rurali.

Parte del motivo per cui gli ambientalisti occidentali si aspettano che i paesi con redditi in crescita saranno cauti con le specie minacciate è perché credono che i loro stessi paesi lo abbiano fatto in passato.Ma tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento i cacciatori commerciali di professione ancora rifornivano i cittadini Americani, in gran parte delle classi più agiate, con tartarughe palustri e anatre selvatiche anche se - e specialmente perché - le popolazioni di queste specie erano già in fase di decimazione avanzata. Il commercio si è allentato soltanto con l’avvento di leggi protezioniste fatte rispettare con impegno. Rosaleen Duffy, un’ecologa politica presso l’università di Sheffield, chiarisce che, comunque, il consumo di animali selvatici non si è mai fermato; è solo mutato. Sia gli Stati Uniti che il Regno Unito sono ancora importatori di spicco di prodotti derivanti dalla fauna selvatica: un sondaggio sugli acquisti effettuati su eBay ha infatti riscontrato che gli Stati Uniti sono l’approdo finale di più di due terzi del traffico mondiale di specie protette.

Anche per i cibi selvatici che rispettano leggi e normative si evidenzia un passaggio dal consumo strettamente calorico a quello di “élite”. Uno studio del 2018 condotto da un team internazionale di scienziati della pesca ha esaminato dove venissero commercializzati i pesci catturati nei mari aperti, ovvero al di fuori di qualsiasi giurisdizione nazionale.

Gli ambientalisti sono preoccupati che i mari aperti siano sovrasfruttati dalla pesca; i difensori della pesca commerciale rispondono che la loro attività aiuta a nutrire gli affamati. Alla fine, i ricercatori hanno scoperto che il pescato comprendeva specie di grossa taglia come tonno e pesce spada (alcune delle quali sono ridotte al 10% o meno della loro abbondanza storica), ma anche un assortimento di pesci più piccoli come calamari, seppie ed altre creature marine di taglia minore.

La maggior parte saziava gli appetiti dei consumatori più abbienti in luoghi come gli Stati Uniti, l’Unione Europea ed il Giappone. Diverse specie venivano utilizzate quasi interamente come mangime per allevamenti ittici o per animali domestici (di nuovo, principalmente nelle nazioni ricche), mentre altre venivano trasformate in cosiddetti “nutraceutici” volti non certo a combattere la fame o le malattie, ma ad ottimizzare le prestazioni di persone già sane– per farci raggiungere, come diremmo oggi, “una super-forma”.

“Tutti noi siamo consumatori di animali selvatici in un modo o nell’altro”, afferma Duffy. “Mangiamo animali selvatici, li indossiamo come abbigliamento e accessori, li consumiamo come medicina, e acquistiamo ornamenti realizzati con parti di animali selvatici.”

Le ragioni della scomparsa dei manumea nelle Samoa sono meno feroci: l’uccello non viene più deliberatamente cacciato, ma ucciso involontariamente. Eppure, anche questo è implicato in questioni di prestigio e identità. E il piccolo dodo è sull’orlo, proprio sul margine più estremo, dell’estinzione.

“Lascia che ti spieghi perché la gente trova così difficile rifiutare piatti a base di piccioni”, mi disse Jesse Lee, una giovane cuoca interessata ai percorsi gastronomici samoani. “È il piatto del ricordo; è all’apice di tutti i piatti. È la zuppa di pollo per eccellenza.”

Eravamo seduti nel suo ristorante, Mi Amor, una fattoria “dal produttore al consumatore” in Apia che profuma di foglie di lime, cocco, tonno e citronella fresca. Lee ha mangiato piccioni solo poche volte. Ad ogni modo, è accaduto perché i suoi genitori - suo padre è un matai - li hanno ricevuti come regali. “È un segno di rispetto.”

\ Quasi tutti i samoani con cui ho parlato avevano mangiato piccioni, ma a conti fatti emerse uno schema evidente: quanto spesso e quanto recentemente li avessero mangiati tendeva a correlarsi con la loro ricchezza, potere e status […] Come afferma Stirnemann, i consumatori benestanti delle Samoa sono in genere molto lontani dall’élite globale. “Non sono come i ricchi con le piscine dei ricchi. Corrispondono solo alle persone un po’ più ricche della vostra popolazione media.”

[…] I poveri delle Samoa hanno ragioni pratiche per mangiare meno piccioni. Un singolo uccello costa 15 tala samoani: abbastanza soldi per comprare pasti per una famiglia per una settimana. Una scatola di proiettili per fucili da caccia costa 65 tala, che altrimenti potrebbero essere usati per acquistare quattro camicie eleganti, tre zaini per studenti o 13 polli interi. I cacciatori con cui ho parlato hanno affermato che anche i loro nidi sono spesso pagati da ricchi acquirenti.

Per essere chiari, la caccia ai piccioni è contro la legge nelle Samoa da più di 25 anni. Tuttavia, la legge non è stata fatta rispettare e la maggior parte dei samoani la considera inoperante al punto che si parla liberamente del cacciare e del mangiare piccioni. […]

Serra mi dice che la ricerca della più rara delle creature rare richiede non solo perseveranza, ma fede. Dopo giorni di inutile trekking attraverso le foreste più selvagge delle Samoa, capisco cosa intende. […] La giungla è viva, brulicante di uccelli, e in quel singolo giorno vediamo o ascoltiamo quasi tutte le specie della foresta descritte nella sottile guida di birdwatching delle Samoa. “Tutti tranne uno”, dice Serra, mentre finalmente scendiamo sotto una torrenziale pioggia tiepida. “Forse quello che stiamo documentando è l’estinzione.”

L’estinzione. La maggior parte di noi comprende queste parole solo in modo astratto. Per Serra, sono parole intime. Serra, che attualmente vive a Firenze, in Italia, si trasferì nelle Samoa nel 2012 per condurre progetti di conservazione con il Programma Ambientale delle Nazioni Unite e con il Fondo Mondiale per l’Ambiente in tutto il Pacifico meridionale. Dopo quattro anni, tornò sul campo come ricercatore freelance di manumea, lavorando, tra le altre cose, per il ministero dell’ambiente delle Samoa. Ma la sua immersione nelle specie in via di estinzione iniziò quasi 20 anni fa con l’ibis eremita […] L’idea di poter assistere a un’altra scomparsa – l’estinzione globale dei manumea – è difficile da sostenere, per Serra. Tuttavia non sa nemmeno davvero dove cercare l’uccello. Rapporti contraddittori sono stati la norma sin dai primi resoconti scritti. A volte il manumea è descritto come un uccello delle foreste dalle alte chiome, a volte delle pianure costiere; l’ultima fotografia conosciuta della specie fu scattata nel 2013, nel parcheggio di un resort vicino alla città più trafficata di Savai’i. Alcuni hanno affermato che il manumea preferisca, come suo cugino il Dodo, beccare a terra; altri, che non lascia mai le cime degli alberi. “Chissà?” Dice Serra. “Pure speculazioni.”

Poiché i manumea sono difficili da vedere, le stime di quanti ne rimangano dipendono in parte da dove sono state formulate. Ma quando Serra testò 10 esperti cacciatori di uccelli, scoprì che neanche la maggior parte di loro era in grado di identificare regolarmente l’uccello dal suo richiamo registrato. L’idea che rimangano 200 esemplari è, dice Serra, poco più che un’ipotesi. Il numero potrebbe essere più alto o molto, molto più basso.

“Potremmo essere alla ricerca degli ultimi 10 o 15 esemplari.” […]. Sulla base di avvistamenti confermati, Serra ora stima che una persona che cerchi il manumea potrebbe aspettarsi di individuarne uno solo ogni tre o cinque anni. “è un po’ come la tigre della Tasmania”, dice, riferendosi al marsupiale simile a un lupo che probabilmente si estinse in Tasmania nel 1936, ma di cui ancora regolarmente, anche se non realisticamemente, viene sostenuta l’esistenza. “Man mano che le persone prendono coscienza dei manumea, desiderano vederli.” Una volta una stazione radio contattò il ministero dell’ambiente per riferire che un ascoltatore aveva portato un manumea nello studio. Si rivelò essere il fiaui, o piccione dalla gola bianca, un uccello spesso scambiato per il manumea. Serra e io ne abbiamo visti molti.

La prima campagna per salvare i manumea è stata lanciata nel 1993. […] Trascorsero quattordici anni prima del successivo grande intervento volto alla conservazione, seguito di nuovo da un lungo intervallo.

Lo sforzo odierno per salvare i manumea, quindi, inizia quasi da zero. Samoa può contare su alcuni ambientalisti molto coinvolti (come la responsabile dei parchi e delle riserve, Moeumu Uili, che si commuove mentre racconta di essere riuscita a fotografare i manumea nel 2013), ma è difficile trovare denaro e risorse in una nazione con la stessa popolazione di Yonkers, New York – e in un mondo pieno di specie in pericolo che hanno bisogno di aiuto. […]

La caccia non è certamente l’unica minaccia per l’uccello. La maggior parte delle prove indica che i manumea preferiscono le foreste di pianura, l’80% delle quali è stato abbattuto o bonificato per costruirvi le fattorie di famiglia che i samoani chiamano piantagioni. Poi ci sono specie invasive come ratti e gatti, che annoverano i manumea tra le loro prede. […] Nel 2014, il loro stato di conservazione globale è stato declassato da “in via di estinzione” a “gravemente in pericolo”, il che significa che sono necessarie “azioni intense di conservazione” per impedirne l’estinzione. […] La priorità principale del governo samoano per il recupero dei manumea, secondo Seumaloisalafai, sarà quella di proseguire la ricerca di Serra sul richiamo dell’uccello. Se l’impronta vocale del manumea può essere distinta da quella del lupe attraverso l’analisi digitale, gli scienziati potrebbero distribuire sensori su tutte le isole e raccogliere i dati migliori su dove si trovino gli uccelli e quanti ne rimangano.

Una chiave del piano di recupero è anche fornita dallo sviluppare e sostenere una rete di villaggi amici di manumea (ce ne sono già sei) che si impegnano a proteggere le loro foreste e a vietarne la caccia. […]

“Non credo che l’uccello verrà salvato risolvendo solo il problema della caccia”, ha detto James Atherton, che è di origini britannica e samoana e ha contribuito a fondare la Samoa Conservation Society sette anni fa, “ma è l’unica cosa che ogni samoano può fare per salvare i manumea.” […]

Pochi giorni dopo, alla fine della nostra ricerca, ci sediamo ai margini del porto di Apia con James Atherton, della Samoa Conservation Society. Esaminando i nostri sforzi, Serra conclude che sono stati “abbastanza rappresentativi” e “abbastanza deprimenti”.

“Questo volatile,” dice Serra, “è quasi impossibile da avvistare.”

“Beh, è proprio per questo che stiamo lavorando sodo per cercare di salvare questa creatura così rara” ribatte Atherton.

Serra sposta lentamente lo sguardo lontano, dove le onde oceaniche si frangono sulla barriera corallina sul far del tramonto, con un sordo e costante ruggito, come fosse il motore del mondo. “Penso solo che dovremmo affrettarci un po’,” aggiunge laconicamente.

\ L’autore

L’articolo è stato scritto da J.B.McKinnon, per The Atlantic; l’autore è collaboratore del The New Yorker, National Geographic, eNautilus.

Traduzione di XR Italia

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  • Abbiamo visto che cosa è possibile fare e non possiamo tornare alla normalità
    Di Clare Farrell, co-fondatrice di Extinction Rebellion. • 25 Apr 2020
  • La crisi climatica ed ecologica non va in quarantena. I saggi per imparare dalla catastrofe
    di Sara Varcasia e Filippo Fassina • 23 Apr 2020
  • La "regola del 3,5%": come una piccola minoranza può cambiare il mondo
    XR Italia • 18 Apr 2020
  • La crisi climatica ed ecologica non va in quarantena. I film per imparare dalla catastrofe
    di Filippo Fassina e Sara Varcasia • 15 Apr 2020
  • 2019: l’anno ribelle
    Fiorella Carollo • 11 Apr 2020
  • La crisi climatica ed ecologica non va in quarantena. I documentari per imparare dalla catastrofe
    di Sara Varcasia e Filippo Fassina • 08 Apr 2020
  • Nella lotta nonviolenta e nella disobbedienza civile vince l’ostinazione
    Fiorella Carollo • 04 Apr 2020
  • Se non ora quando? Che fine farà il “business as usual”?
    XR Italia • 01 Apr 2020
  • Picco per Capre
    di Luca Pardi e Jacopo Simonetta • 28 Mar 2020
  • Cosa abbiamo capito sul Covid-19
    Jacopo Simonetta • 21 Mar 2020
  • Ho avuto un'infanzia gloriosamente selvaggia.
    di Cressida Cowell, The New York Times • 17 Mar 2020
  • Non c'è alternativa a Facebook? Vi presentiamo i social ribelli
    XR Italia • 12 Mar 2020
  • E se smettessimo di fingere?
    Jonathan Franzen • 11 Mar 2020
  • Guarire la Terra guarendo noi stessi
    di Kaira Jewel Lingo • 04 Mar 2020
  • Di fronte all’inazione c’è solo la ribellione nonviolenta
    XR Italia • 29 Feb 2020
  • La piaga delle locuste è calata sull'Africa orientale. Il cambiamento climatico pare essere la causa.
    Madeleine Stone, trad. XR Italia • 26 Feb 2020
  • Una nuova, urgente "tabella di marcia per il recupero" potrebbe invertire l'apocalisse degli insetti
    Patrick Greenfield, tradotto da XR Italia • 10 Feb 2020
  • Non è una crisi (soltanto) climatica
    Marco Salvatori • 05 Feb 2020
  • REWILDING: una soluzione basata sulla natura
    A cura del Gruppo Nazionale Scientifico di XR Italia • 01 Feb 2020
  • “È una crisi, non un cambiamento”: le parole e le immagini per Dire la Verità
    XR Italia • 28 Jan 2020
  • Nel 2030 abbiamo posto fine all'emergenza climatica! Ecco come
    E. Holthaus, tradotto da XR Italia • 24 Jan 2020
  • I limiti alla crescita
    XR Italia • 21 Jan 2020
  • L'allevamento industriale è uno dei peggiori crimini della storia
    XR Italia • 18 Jan 2020
  • Bloody Fashion: cosa c'è dietro la capitale della Moda?
    XR Milano • 13 Jan 2020
  • Stop alla distruzione degli ecosistemi: salviamo le Alpi Apuane
    XR Toscana • 12 Jan 2020
  • La maledizione del marmo apuano
    Jacopo Simonetta • 09 Jan 2020
  • Il 2020 può essere l’anno in cui ricarichiamo noi stessi (e la natura)
    XR Italia • 09 Jan 2020
  • L’ambiente nel 2050: città allagate, migrazione forzata - e l’Amazzonia che si trasforma in savana
    di Jonathan Watts, editore scientifico del The Guardian • 04 Jan 2020
  • Carola Rackete, Il mondo che vogliamo. Appello all’ultima generazione, Milano, 2019, Garzanti.
    XR Italia • 03 Jan 2020
  • Riscaldamento globale più diseguaglianza sociale = ricetta per il caos - basti guardare al Cile
    Maisa Rojas, coordinatrice scientifica della COP25, trad. XR Italia • 10 Dec 2019
  • Extinction Rebellion sta creando una nuova narrativa della crisi climatica ed ecologica
    Charlotte Du Cann, New York Times, trad. XR Italia • 09 Dec 2019
  • “Dichiarazione di emergenza climatica”: l’importanza di salvaguardare la biosfera e i servizi ecosistemici
    Jacopo Simonetta • 03 Dec 2019

  • Azioni
  • Extinction Rebellion e FFF: "Discobedience al balcone!"
    XR Italia • 20 Mar 2020
  • Io, anima estinta, vi racconto la mia apparizione terrena a Milano durante la Settimana della moda
    XR Italia • 25 Feb 2020
  • Extinction Rebellion Italia blocca il ponte dell’Accademia
    XR Italia • 23 Feb 2020
  • Discobedience lagunare
    XR Italia • 22 Feb 2020
  • Un'onda “diSCObbediente" vi seppellirà
    XR Italia • 21 Feb 2020
  • Dichiarazione di ribellione:
    XR Italia • 20 Feb 2020
  • È Ora di Concentrarsi: Meditazione Ribelle
    XR Piemonte • 20 Feb 2020
  • Partecipate alla sfilata delle Anime Estinte:
    XR Italia • 18 Feb 2020
  • Extinction Rebellion in azione a piazzale Flaminio nel giorno di San Valentino
    XR Italia • 14 Feb 2020
  • Cambiamo disco!
    XR Italia • 08 Feb 2020
  • L'Australia è in fiamme! Sit-in di Extinction Rebellion in piazza della Repubblica a Firenze
    XR Italia • 17 Jan 2020
  • Una trappola di fuoco davanti all’ambasciata australiana di Roma
    XR Italia • 15 Jan 2020
  • Bloody Fashion: cosa c'è dietro la capitale della Moda?
    XR Milano • 13 Jan 2020
  • Stop alla distruzione degli ecosistemi: salviamo le Alpi Apuane
    XR Toscana • 12 Jan 2020
  • “Regali liberati” nel centro di Trento
    XR Italia • 20 Dec 2019
  • Ultimatum alla Regione Piemonte
    XR Piemonte • 18 Dec 2019
  • Morti per il clima: performance di Extinction Rebellion al laghetto dell’EUR
    XR Italia • 15 Dec 2019
  • Due sub in pieno centro a Genova
    XR Genova • 11 Dec 2019
  • Sciopero Globale del 29 Novembre: arte e cortei a Torino
    XR Piemonte • 05 Dec 2019

  • Dicono di noi
  • Extinction Rebellion sta creando una nuova narrativa della crisi climatica ed ecologica
    Charlotte Du Cann, New York Times, trad. XR Italia • 09 Dec 2019

  • XR Families
  • Come superare l'ecoansia e affrontare la crisi climatica ed ecologica
    Emma Marris, New York Times • 24 May 2020
  • Lasciateli giocare
    Peter Gray • 17 May 2020
  • Una Guida per i Genitori sulla Crisi Climatica ed Ecologica
    XR Italia • 10 May 2020
  • Confrontarsi con l'apprendimento e il gioco a casa dei figli
    XR Italia • 03 May 2020
  • Crescere bambini e bambine forti e resilienti nell'epoca della crisi climatica ed ecologica
    XR Families Italia • 24 Apr 2020
  • Riconoscere l'ansia nei bambini.
    Alexandra Harris, Parenting per Wholeness Parenting Coach • 16 Apr 2020
  • Ho avuto un'infanzia gloriosamente selvaggia.
    di Cressida Cowell, The New York Times • 17 Mar 2020