Il mondo possibile

Una conversazione con Charles Eisenstein

03 Jun 2020 - Akshay Ahuja, The Dark Mountain Project
XR Magazine Visioni Ribelli Cultura Rigenerativa



“Perché ci sia possibile accedere a un mondo più bello, un’importante disgregazione del mondo in cui viviamo deve avere luogo”. Mentre la crisi climatica, il disastro ecologico e l’attuale pandemia sconvolgono il tessuto sociale e ambientale del mondo che conoscevamo, Akshay Ahuja ha intervistato lo scrittore e attivista Charles Eisenstein su come affrontare un cambiamento radicale, dentro e fuori di noi. Il brano è tradotto con l’autorizzazione da parte dell’editore, da una intervista comparsa sull’ultima edizione online di The Dark Mountain Project, un progetto editoriale curato da poeti, artisti e scrittori fra cui Carlotte Du Cann e Nick Hunt. Con questa intervista inauguriamo una rubrica che si occupa di “Visioni ribelli” e alternative dell’ambientalismo contemporaneo.

Akshay Ahuja: Ho incontrato per la prima volta Charles Eisenstein diversi anni fa, a una conferenza di Economics of Happiness a Yellow Springs, in Ohio. Durante la stesura del suo libro più recente, Climate: A New Story, Eisenstein si è interessato al lavoro del Dark Mountain Project, in particolare alla sua riformulazione di un ambientalismo basato sull’esperienza della connessione e della bellezza. Nato in Pennsylvania da genitori intellettuali, Eisenstein racconta di aver sentito in maniera molto forte, sin dalla tenera età, che “le cose non sono come dovrebbero essere”. Mentre scriveva un tema in classe, o mentre ascoltava suo padre raccontare dei colombi migratori che, prima di estinguersi, riempivano il cielo, percepiva già “quello che è sbagliato nel mondo”.

Dopo essersi laureato a Yale con una laurea in Matematica e Filosofia, Eisenstein è andato a Taiwan a lavorare come traduttore. Durante la sua permanenza, le esperienze con la medicina cinese, il qigong e il taoismo iniziarono ad allargare le fessure presenti nella sua visione occidentale del mondo, prettamente razionalista. Racconta di aver avuto, poco prima dei trent’anni, un “lungo e intenso periodo di crisi” in cui gli è diventato impossibile continuare a fare il tipo di lavoro che stava facendo.

Quando una parte della sua vita cominciò a collassare, un’altra cominciò a emergere, ed Eisenstein iniziò a esprimere a parole il suo senso di ciò che si frappone tra noi e il tipo di mondo in cui la maggior parte di noi vuole vivere. In The Ascent of Humanity, considera la storia della civiltà e del progresso; in Sacred Economics (2011), analizza i nostri sistemi finanziari; e, più recentemente, in Climate: A New Story (2018), si concentra sul modo in cui la narrazione convenzionale sui cambiamenti climatici distorce il nostro vero senso di cura della terra.

Il suo libro del 2013, The More Beautiful World Our Hearts Know Is Possible, è probabilmente quello che meglio riassume il suo ampio corpus di lavoro.

Akshay Ahuja: All’inizio del libro parli di tuo padre e di uno stormo di uccelli.

Charles Eisenstein: Perché è il momento in cui sono diventato un ambientalista. Ero a fare una passeggiata con mio padre. Ci tenevamo per mano. Dovevo avere otto anni e stavamo guardando un grande stormo di storni. E io gli dissi: “È uno stormo grandissimo”. E lui disse: “È vero”. Poi mi parlò dei colombi migratori e descrisse come i loro stormi coprivano il cielo da un orizzonte all’altro per ore e ore, o addirittura giorni, oscurando letteralmente il cielo. E mi raccontò che le persone puntavano le pistole in aria e sparavano, e i colombi cadevano semplicemente a terra, a volte li mangiavano, a volte nemmeno quello. Sembrava che ce ne fosse una scorta illimitata.

“Ma sono spariti tutti”, ha detto. “Si sono estinti”. Era la prima volta che capivo davvero il significato della parola “estinto”. Che non farà mai più ritorno. Scomparso, sparito per sempre. Questo ha incrinato la facciata della normalità che avevo accettato da bambino. Mi ha segnalato che il mondo non è come dovrebbe essere. Che una volta era molto diverso. E ha risvegliato un malcontento latente – una parte di me che credeva e crede tuttora che la vita dovrebbe essere più viva, più autentica, più intima di quella che mi era stata presentata come normale e reale.

AA: In che modo questo è diverso da come si parla di solito dell’ambiente?

CE: La storia dei colombi migratori non raccontava cose spaventose che sarebbero potute accadermi – semplicemente toccava in me il nucleo dell’amore. Non avevo bisogno di un motivo egoistico per sapere che era terribile che i colombi migratori si fossero estinti, proprio come oggi non ho bisogno di un motivo egoistico per sentirmi triste quando viene tagliata un’altra porzione di foresta amazzonica. Non faccio un calcolo implicito e interessato sulla quantità di anidride carbonica che non potrà più essere assorbita, incidendo sul mio benessere futuro, e rendendomi di conseguenza triste. Per me è ridicolo. Non è per questo che qualcuno diventa un ambientalista. E non è così che si ispirano gli altri a proteggere e a rigenerare l’ambiente. È la strategia sbagliata. E non è neanche vero, perché quando agli altri diciamo che dovremmo salvare l’ambiente per motivi egoistici, per difendere i nostri interessi, non stiamo dicendo la verità.

AA: C’è un termine che usi, “fondamentalismo climatico”.

CE: Uso due termini simili: “fondamentalismo climatico” e “fondamentalismo carbonico”. Il fondamentalismo climatico riconduce tutte le problematiche del mondo ai cambiamenti climatici. E se la tua vocazione fosse abolire la pena di morte o far riconoscere l’innocenza di chi attende l’esecuzione per un errore di giudizio? E se la tua passione fosse quella di salvare le lingue morenti, o anche una sola lingua morente – il gaelico, ad esempio? O se il tuo compito nella vita è occuparti di un figlio disabile che necessita di assistenza 24 ore su 24, 7 giorni su 7? Il fondamentalismo climatico implica che tutte queste cose sono irrilevanti, una specie di perdita di tempo – perché se non fermiamo i cambiamenti climatici e il livello del mare aumenta inesorabilmente e la Terra diventa inabitabile, allora che importanza hanno queste cose? In questo modo di pensare io vedo una versione del fondamentalismo, che sacrifica tutto per l’unica cosa importante e guarda tutte le questioni dalla prospettiva di una sola questione. È molto simile al pensiero bellico. Quando il nemico è alle porte, niente è più importante che sconfiggerlo. Questo modo di pensare, credo, è parte del problema. Fa parte del sacrificio dell’immediato, del personale, del relazionale, in nome di un obiettivo astratto, globale, unitario. È una mentalità con cui ci sentiamo molto a nostro agio. Nel libro, illustro la mia visione di un pianeta vivente. È questa l’idea di base del libro: che la Terra è viva, e che i suoi organi e tessuti sono le foreste, le zone umide, le praterie di alghe, le balene, gli elefanti, le mangrovie – tutti questi sono gli organi di un essere vivente. E se degradiamo e distruggiamo gli organi, anche riducendo a zero l’uso dei combustibili fossili nello spazio di una notte, la Terra morirà comunque di una morte dolorissisima. Quindi la cosa più importante che possiamo fare è, in primo luogo, proteggere quello che rimane degli ultimi ecosistemi incontaminati, ad esempio l’Amazzonia, il Congo. Ci sono alcuni altri luoghi sulla Terra che sono serbatoi di biodiversità, che sono epicentri da cui può provenire la guarigione planetaria, perché è lì che si conserva la salute profonda – la terra come la sogniamo - le informazioni più approfondite su cosa sia un pianeta sano.

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La seconda priorità è la rigenerazione. Agricoltura rigenerativa, riforestazione, riserve marine per consentire alle balene e ai pesci di rinfoltire le loro popolazioni. Perché sono stati decimati. Il numero di balene oggi è compreso tra l’1% e il 10% rispetto a prima che si praticasse la caccia commerciale. La biomassa di pesce è diminuita della metà solo durante la mia vita. Senza questi sistemi ecologici che mantengono in equilibrio le condizioni per la vita, i gas a effetto serra diventano molto più pericolosi. Insistono su un sistema già troppo indebolito.

La terza priorità, a mio avviso, al livello dei tessuti, è smettere di cospargere di veleno la superficie del pianeta. Quando ero bambino, lo stato della Pennsylvania, in cui vivevo, fu inondato di insetticida per distruggere il bruco della Limantria Dispar, e così gli stati vicini. Negli ultimi trent’anni, c’è stato un calo del 75% nella biomassa di insetti volanti, e gli insetti morti che ricoprivano il parabrezza dopo un viaggio in macchina anche breve quando ero bambino ora sono solo un ricordo.

AA: Lo ricordo anch’io. In poco tempo la diminuzione degli insetti è stata enorme.

CE: Le persone anziane dicono: “Sì, a volte non si poteva nemmeno guidare”. Si doveva rallentare. C’erano nuvole di insetti. E la loro sparizione non è stata causata dai cambiamenti climatici. Preferiamo pensare che lo sia perché in questo modo possiamo concentrarci sull’unica causa che in realtà preserva molto meglio lo status quo. Perché allora tutto ciò che dobbiamo fare è compensare una cosa con un’altra. Piantare una foresta qui, ridurre le emissioni lì, mettere su alcuni pannelli solari. Problema risolto. Ma quando ci relazioniamo alla Terra come a una creatura viva, sappiamo che passare a una diversa fonte di energia non è sufficiente. Non è quella la transizione che l’umanità deve realmente affrontare. Per centinaia di anni abbiamo trattato la Terra come un cumulo di risorse e una discarica di rifiuti. Penso che ciò a cui la crisi climatica ci sta richiamando sia un profondo riallineamento delle nostre relazioni con il resto dell’esistente. A riconoscere che non ci siamo solo noi. La quarta priorità è ridurre i gas a effetto serra. È ancora importante, perché il sistema è indebolito, ma direi che è meno importante delle prime tre perché se si proteggono gli ecosistemi ovunque, non si può più estrarre petrolio, indipendentemente dalle emissioni, perché trivellazioni petrolifere, fracking, oleodotti, ecc., distruggono completamente gli ecosistemi. Si può arrivare a quello che chiede il movimento per il clima da un percorso molto diverso, che non richiede che ci affidiamo totalmente al “consenso scientifico” e implicitamente ai sistemi di autorità in cui il consenso scientifico è inserito, alle élite che ci dicono “Ascoltate l’insegnante. Ascoltate gli scienziati”. Sono davvero riluttante a fidarmi del consenso scientifico sul clima perché non mi fido del consenso scientifico riguardo a parecchie cose.

AA: Ad esempio?

CE: Ad esempio riguardo al fatto che ci sia stato detto e ripetuto che gli OGM sono perfettamente sicuri. Che i pesticidi sono perfettamente sicuri. Per decenni ci hanno ripetuto che il colesterolo causa malattie cardiache, e probabilmente non è vero! In seguito, un po’ alla volta, vengono riconosciuti gli errori. Ma se, dieci o quindici anni fa, qualcuno avesse sostenuto una tesi diversa a una riunione di scienziati sarebbe stato deriso e scacciato. […]

AA: Il cambiamento climatico può diventare una motivazione per quella persone che non sentono una particolare connessione con il mondo naturale?

CE: Questo è un punto importante. Il cambiamento climatico sembrava una buona occasione per l’ambientalismo. Sembrava possibile fornire un motivo razionale e interessato per cui fosse necessario cambiare, per la nostra sopravvivenza. Non credo che la strategia funzioni. L’esperienza quotidiana delle persone non è che la loro sopravvivenza è minacciata dai cambiamenti climatici. Anche se ritengono che gli uragani vengano davvero intensificati dai cambiamenti climatici, quante persone in Nord America muoiono a causa degli uragani? Nell’esperienza quotidiana della maggior parte della gente non è affatto ovvio che la morte della vita sulla terra causerà anche la morte dell’umanità. Si devono prendere per buone le affermazioni di qualcun altro. Ma è possibile anche immaginare un futuro in un mondo di cemento, in una gigantesca miniera a nastro, con discariche di rifiuti, macchine per assorbire l’anidride carbonica, piscine di alghe per produrre ossigeno, cibo prodotto in laboratorio, città protette da bolle di vetro e display digitali ad alta risoluzione per il nostro intrattenimento. Siamo andati passo dopo passo verso un futuro in cui c’è sempre meno vita vita e sempre più tecnologia. La ragione per cambiare non deriva dal fatto che non riusciremo a sopravvivere. La ragione per cambiare deriva dalla scelta del mondo in cui vogliamo vivere. Io non voglio sopravvivere in un mondo dove non ci sono più balene, né foche, né uccelli e farfalle. Non credo che nemmeno un tossicodipendente che rischia la vita sia davvero costretto a cambiare. Ci sono persone che fumano dal buco della tracheotomia. Ci sono persone che si ammazzano a forza di bere. E ci sono persone che a un certo punto fanno una scelta e decidono di cambiare.

AA: Leggendo il tuo libro, a volte mi sembra che tu stia descrivendo una transizione che potrà avvenire in modo organico, quasi indolore, sostenuta da persone che agiscono fatto secondo le loro passioni. Altre volte, mi sento come se stessi descrivendo una specie di isola lontana e circondata da oceani di sofferenza. Quale delle due?

CE: È difficile rispondere a questa domanda. Credo entrambe allo stesso tempo. Perché ci sia possibile accedere a un mondo più bello, ci deve essere una totale disgregazione del mondo in cui viviamo ora. È una cosa che spaventa, e che potrebbe essere dolorosa. E non credo ci sia modo di evitarlo. Non è possibile effettuare la transizione senza effettuare la transizione. Non c’è modo di occupare un nuovo spazio di vita senza perdere cose a cui siamo attaccati e che abbiamo paura di perdere.

Stiamo già attraversando l’oceano di sofferenza tra qui e quell’isola. La quantità di sofferenza su questo pianeta è incalcolabile. In parte è visibile, come ad esempio nel genocidio in Camerun. Ma è come se non lo fosse, perché pochi sanno che accade e quanto sia orribile. Non se ne parla perché è nell’interesse delle compagnie petrolifere eliminare le persone che resistono all’estrazione, e nascondere l’eliminazione.

Molta di questa sofferenza è davanti ai nostri occhi, ma quasi invisibile. Proprio ieri ero in un parco giochi con mio figlio e c’erano anche una coppia di nonni con i loro nipoti. La nonna incombeva sul bambino di quattro anni, mettendolo in guardia e dandogli istruzioni su come giocare: “non fare questo” e “non fare quello”. Alla fine il bambino ha fatto amicizia con mio figlio. La nonna non riusciva a stargli dietro, così per un po’ hanno potuto giocare liberamente. Qualche volta si nascondevano, si tenevano per mano: erano così dolci. Forse era troppo per i nonni, perché all’improvviso dissero: “OK, ora dobbiamo andare”. Lo trascinarono verso il cancello del parco giochi. Il bimbo iniziò a correre nel parcheggio, poi cadde lungo disteso, sbattendo i gomiti sull’asfalto. Doveva essersi fatto davvero male. E il nonno ha gridato “Bene!” Il bambino piangeva. Lui e la sorellina, tutti e due in lacrime, sono stati spinti in macchina e portati via. Un giorno nella vita dell’infanzia americana. Questo tenero, vulnerabile, giocoso bambino viene sottoposto a violenza dalle persone che è biologicamente programmato ad amare, e di cui si fida. È terrificante, sconcertante. Quale parte di se stesso deve far morire per sopravvivere? E non finirà qui. Andrà a scuola, prenderà farmaci per l’ADHD, prenderà farmaci per l’ansia. La quantità di forza richiesta per soggiogare i bambini sta aumentando perché - se posso indulgere in un piccolo pensiero New Age - la coscienza di base su questo pianeta si sta spostando. I bambini che vengono al mondo in questi anni hanno un’energia diversa, una frequenza diversa. La quantità di violenza e forza farmaceutica richiesta per controllarli è in aumento. Quindi, per tornare all’oceano di sofferenza di cui parlavamo: siamo già nel bel mezzo. Si potrebbe pensare che la sofferenza dei cittadini di paesi ricchi e occidentali sia inferiore alla sofferenza dei rifugiati siriani e dei contadini guatemaltechi. Ma se la sofferenza psicologica di una persona la spinge a suicidarsi, vuol dire che la sofferenza è immensa, e questo accade spesso. Quindi posso rispondere a questa domanda dicendo: è inevitabile e sta già accadendo. Stiamo già attraversando questo rito di passaggio. È un processo di rottura della storia del mondo. Chi sono, perché sono qui, come vivo - e poi un passaggio attraverso il luogo tra le storie - e infine una nuova storia. Questo è, credo, inevitabile. È proprio come il processo della nascita. Voglio dire questo ai lettori: è essenziale includere nella sfera della nostra percezione gli orrori, le atrocità, le perdite. Senza queste informazioni, non siamo nella realtà. È essenziale anche introdurre i fenomeni che hanno del miracoloso e del meraviglioso, che sono esclusi dalla visione del mondo di molte persone. Solo abbracciando l’intero spettro della realtà possiamo essere “realistici”. Quindi quando incontro qualcuno che si è ripreso dal cancro allo stadio 4 attraverso la medicina energetica - e ho incontrato parecchie persone a cui è successo - penso che se può accadere a un corpo umano, qual è l’equivalente per un corpo ecologico? O per il corpo politico? Se questo è possibile, cos’altro è possibile? Quali parti della realtà esclude la nostra disperazione? Se escludo le cose che chiamiamo miracolose dalla mia visione della realtà, allora sono tanto limitato quanto lo sono se escludo l’ecocidio e il genocidio. Perché la realtà non funziona come pensavamo. Se ci limitiamo alla realtà della forza e della massa, la situazione è senza speranza. Quella è la realtà da cui viene l’ecocidio in primo luogo. In quella realtà, noi vogliamo isolarci da tutte le forze naturali e arbitrarie che sono indifferenti al benessere umano. Vogliamo imporre la nostra intelligenza su un mondo su cui quella intelligenza non può far presa. Vogliamo dominare l’Altro. Quella stessa visione del mondo che ci rende vulnerabili ha causato la malattia della civiltà.

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Il pianeta non solo è vivente, il pianeta è intelligente in un cosmo intelligente che detiene poteri ben oltre la nostra concezione. In questo paradigma, la disperazione è ingiustificabile. Potremmo persino vedere l’intero passaggio che stiamo attraversando come ordinato e parte di un processo più ampio. Anche la fase di dolore è una fase necessaria che non può essere evitata.

Cos’è The Dark Mountain Project

Nel 2009, due scrittori inglesi, Paul Kingsnorth e Dougald Hine, hanno pubblicato un manifesto. Da quel manifesto è cresciuto un movimento culturale: una rete radicata e ramificata di attività creativa, incentrata sul giornale Dark Mountain, sostenuta dal lavoro di una team crescente di collaboratori e collaboratori, nonché dal supporto di migliaia di lettori in tutto il mondo. Insieme, il team si sta allontanando dalle storie che le nostre società amano raccontare a se stesse, le storie che ci impediscono di vedere chiaramente l’entità del disfacimento ecologico, sociale e culturale che è attualmente in corso. Il team fa arte che non dà per scontata la centralità degli umani. Sta rintracciando le profonde radici culturali del caos nel mondo. E sta cercando altre storie, che possano aiutarci a dare un senso a un momento di sconvolgimento e incertezza.

L’autore

Ahuja Akshay è cresciuto a nuova Delhi e nella periferia di Washington DC, vive nel Sud Est dell’Ohio con sua moglie e sua figlia. Lavora come giardiniere in una fattoria didattica e scrive di cibo, piante e dell’arte, nelle sue varie forme, domestiche o selvagge

Credits Foto: Thomas Calmasini, Ireland, Moycullen Bogs, 2018