A SUD: un appello disperato per le popolazioni indigene

27 Jun 2020 - XR Italia
XR Magazine Società



I popoli indigeni sono da anni in prima linea nella lotta alla crisi climatica, alla deforestazione, all’estrattivismo e all’espansione dell’agroindustria. Oggi devono affrontare il pericolo del coronavirus, una minaccia a cui sono sproporzionatamente vulnerabili. Molte delle comunità indigene amazzoniche non hanno accesso a strutture e personale medico, come se non bastasse l’emergenza sanitaria ha creato le condizioni favorevoli per aziende senza scrupoli e istituzioni che ignorano i diritti delle popolazioni indigene e vogliono a tutti i costi silenziarli. Venendo meno il loro diritto al dissenso durante la pandemia, non possono lottare per i diritti delle loro terre, delle loro comunità e della Terra in generale. Questi guardiani dell’ambiente hanno bisogno di essere protetti, e l’Italia tramite associazioni come A SUD e Extinction Rebellion, può avere un ruolo in tutto questo.

Una strage silenziosa quella dei popoli indigeni amazzonici colpiti dal COVID19, che si aggiunge alle ricadute drammatiche del modello di estrazione e sviluppo che è causa prima dell’aggressione alle loro terre. Ed a processi di esclusione ed impoverimento che affondano le radici nel passato coloniale e restano tuttora irrisolti. Oggi quei popoli indigeni cercano di fronteggiare il COVID19 con gli strumenti propri delle loro culture ancestrali, proteggendo i loro territori, rafforzando le dinamiche comunitarie, e ricorrendo alla medicina tradizionale. Questo non basta, in un contesto nel quale la deforestazione e la pressione sulle risorse naturali continua, ed al rischio del COVID 19 si aggiunge quello di nuovi attacchi ed aggressioni a chi difende la terra ed i diritti. Per questo A Sud, In Difesa Di, CDCA nazionale e CDCA Abruzzo lanciano una campagna di supporto ai popoli indigeni, chiedendo al governo italiano di impegnarsi a loro tutela in quanto membro del Consiglio ONU per i Diritti Umani. Inoltre, vari territori si stanno mobilitando dall’Abruzzo al Salento per raccogliere fondi e dare sostegno a comunità indigene dell’Amazzonia Ecuadoriana in resistenza contro l’estrattivismo ed oggi a fronteggiare con enormi difficoltà un’altra invasione, quella del virus che rischia di minare alle fondamenta la loro cultura e la loro stessa sopravvivenza.

Paulinho Paiakan (Kayapò Betkoroti) era un leader indigeno, di quelli che hanno fatto la storia delle lotte per l’autodeterminazione dei popoli indigeni e contro le grandi infrastrutture e la deforestazione in Amazzonia brasiliana. Anche lui stroncato nei giorni scorsi dal COVID-19. Di storie come la sua ne arrivano a decine dalle terre indigene di Amazzonia dove il virus si sta allargando a macchia d’olio. Non esistono ad oggi dati specifici riguardo l’impatto sulle queste popolazioni. Secondo COICA e REPAM al 15 maggio erano 33 le etnie colpite, con 526 contagiati e 113 morti ma il numero è assolutamente approssimativo. Una tragedia che affonda le radici nella storica marginalizzazione, sfruttamento e colonizzazione delle culture e delle terre indigene. Il COVID-19 aggrava una situazione già di per sé critica per molti popoli indigeni, caratterizzata da diseguaglianze e discriminazione. Il virus aumenta il rischio di conflitti e accentua la scarsità di risorse (acqua e cibo) e l’aumento della povertà. Ha campo fertile in una situazione nella quale i popoli indigeni soffrono di discriminazione nell’accesso a politiche pubbliche e servizi sanitari e nell’assenza di protocolli specifici alla loro cultura e situazione. Il COVID-19 si espande con la complicità delle autorità pubbliche che poco o nulla stanno facendo per aiutare quelle comunità a fronteggiare la pandemia. Porta alla luce le ingiustizie strutturali che già esistevano “prima”, le amplifica, fino a renderle una miscela letale per popolazioni già vulnerate, perché aggredite da colonizzatori senza scrupoli, dagli interessi dell’estrattivismo, dall’invasione delle proprie terre, dall’illegalità o dalla connivenza tra interessi pubblici e di imprese private senza scrupoli.

Perché la deforestazione non si arresta, anzi. In Amazzonia brasiliana ad esempio, dove tra gennaio e marzo sono stati deforestati oltre 800 kmq di foresta primaria e dove si calcola che la superficie deforestata nel 2020 sarà pari a 16mila kmq.

O in Colombia dove a marzo sono stati registrati 13000 punti di calore, in grandissima parte incendi, e dove il 21 maggio la Camera dei Deputati ha respinto un progetto di legge che avrebbe bloccato estrazioni petrolifere nella foresta.

Da anni i popoli indigeni ci insegnano a non considerarli vittime, ma soggetti politici attivi, con proprie agende e proprie legittime rivendicazioni. Con diritti alla propria cultura e pratiche ancestrali, alla conoscenza tradizionale. Quella che oggi applicano, con le medicine naturali per tentare di arginare il contagio.

Le immagini che ci arrivano da comunità storicamente in resistenza come quelle di Paty del popolo Sarayaku in Amazzonia Brasiliana, o da Elizabeht, leader Shuar della Cordillera del Condor, o di Salomé, sempre in Amazzonia ecuadoriana, sono drammatiche. Si fa la conta di chi abbandona questa terra. Una corsa contro il tempo per evitare il peggio. Con gli anziani, con le donne se ne va la cultura, la storia, la lingua, la cosmologia, quella relazione intrinseca tra umani e vivente, ed ecosistemi che è alla radice della vita stessa. Se ciò non bastasse, molti governi stanno approfittando del COVID-19 e delle misure di lockdown per rivedere le politiche sociali ed ambientali e permettere di continuare ad estrarre e sfruttare risorse naturali. Per quei popoli da sempre in resistenza contro l’estrazione di minerali e petrolio, il COVID-19 significa anche difficoltà ad organizzarsi, a creare reti, a costruire strategie per contrastare l’avanzata del capitale estrattivista, in un continente che conta il maggior numero di difensori dell’ambiente uccisi. Infatti, dei 300 difensori dei diritti umani uccisi nel mondo, nel 2019 il 40 percento era indigeno e per la maggior parte in America Latina. Dati confermati anche in un recente studio su conflitti ambientali e difensori della Terra pubblicato da ricercatori ed accademici che producono l’Environmental Justice Atlas. Quei guardiani della Terra oggi sono ancor più a rischio. A rischio di un vero genocidio culturale. Hanno scelto di organizzarsi secondo le proprie modalità comunitarie, andando in isolamento volontario, organizzando ronde di vigilanza per controllare i confini delle proprie terre ed evitare l’ingresso di possibili portatori del virus. Resistono alle tattiche senza scrupoli di imprese che provano a comprare il loro consenso con aiuti medicinali e di emergenza, con lo sguardo già verso il dopo quando potranno arricchirsi delle loro risorse. C’è chi organizza distribuzione di cibo, per le comunità in difficoltà, chi produce medicine tradizionali. Chi lavora per permettere la diffusione di informazioni sulla prevenzione in lingua locale.

Ci chiedono aiuto. Per fronteggiare l’emergenza e sostenerli nell’acquisto di beni di prima necessità, medicinali, mascherine, disinfettanti. Per rafforzare la loro capacità di produrre cibo e di attuare i loro piani di gestione integrale dei territori e degli ecosistemi; ci chiedono solidarietà nel prevenire ulteriori attacchi a chi difende la Terra e la possibilità che i governi traggano vantaggi da questa situazione di grande difficoltà. In Italia il loro appello è stato accolto dalla rete In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende, (una coalizione di oltre 40 organizzazioni ed associazioni della società civile italiana), dall’associazione A Sud, dal Centro Documentazione dei Conflitti Ambientali nazionale e dal Centro Documentazione dei Conflitti Ambientali dell’Abruzzo. E’ stato lanciato un appello che verrà consegnato al governo italiano affinché, nel corso dell’attuale riunione del Consiglio ONU sui Diritti Umani di Ginevra, tenga fede al proprio impegno di contribuire a proteggere i difensori dei diritti umani e della Terra, chiedendo che si adotti una politica di tolleranza zero verso attacchi o minacce a che protegge la Terra, in primis i popoli indigeni.

Da alcuni territori, e grazie alla disponibilità dell’Associazione Mercato Scoperto, si raccolgono fondi di emergenza da inviare alle comunità. Nel nostro caso comunità in Amazzonia ecuadoriana con le quali da tempo si sono intessuti rapporti di collaborazione e solidarietà, e piattaforme di lavoro comuni contro l’estrattivismo e per la protezione della Madre Terra. Assai significativo al riguardo il sostegno dell’Associazione Bianca Guidetti Serra e del movimento No TAP in Salento, che l’anno scorso nei mesi scorsi accolsero una leader indigena amazzonica dell’Ecuador oggi impegnata a proteggere la sua comunità dal COVID-19. Alleanze tra territori in lotta, che oggi acquisiscono ancor più rilievo. Come i coltivatori biologici di Mercato Scoperto in Abruzzo, altro territorio in resistenza contro l’estrattivismo, che hanno tenuto nei giorni scorsi un mercato a San Vito Chietino per raccogliere fondi da inviare. O come Extinction Rebellion che sosterrà queste iniziative nella consapevolezza che l’estinzione riguarda tutte le popolazioni del Pianeta, e del ruolo determinante dei popoli indigeni nella protezione delle foreste e del clima.

\ Francesco Martone

In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende

Il testo dell’appello aperto alla firma di organizzazioni, associazioni e movimenti è accessibile a questo link https://asud.net/appello-popoli-indigeni/

A questo link il dossier Popoli indigeni amazzonici e COVID-19

https://asud.net/wp-content/uploads/2020/06/Appello-popoli-indigeni-e-dossier.pdf

Per inviare contributi al fondo in sostegno ai popoli indigeni amazzonici:

IBAN: IT59N0501803200000016892143

Intestato a: Associazione Mercato Scoperto

CAUSALE: Per i popoli indigeni amazzonici colpiti dal COVID-19