Breve storia triste delle Convenzioni Climatiche tra fuffa, disperazione e rabbia.

28 Jul 2020 - Di Jacopo Simonetta
XR Magazine Provvedimenti Società



Ph. scattata a Madrid l’ultimo giorno della COP25 (dicembre 2019) per l’azione di XR: “what a pile of shite this was”
Tutti i principali temi in cui si declina la catastrofe planetaria in corso (estinzione di massa, riscaldamento globale, traiettoria suicida della crescita economica e demografica, inquinamento globale, eccetera) erano già ben noti, nelle loro linee essenziali, quando si tenne il primo “Earth Summit” dell’ONU a Stoccolma nel lontano 1972. Ma allora perché questo e tutti i Summit per il Pianeta e per il Clima svolti da allora in avanti, compresa la COP25, non hanno avuto alcun impatto? Da allora le emissioni di CO₂ e altri gas serra non hanno fatto che aumentare, a discapito delle belle dichiarazioni di intenti. Abbiamo chiesto il suo punto di vista su questa vicenda al nostro redattore ecologo Jacopo Simonetta.

\ Redazione:: Jacopo, i grandi della Terra si riuniscono sotto l’egida dell’ONU in dei meeting finalizzati a trovare soluzioni per l’ambiente da circa 50 anni, con effetti pressoché nulli su ambiente e clima. Ci aiuti a capire? Che risultati portò il Primo Earth Summit di quel lontano 1972?

Jacopo Simonetta: Il risultato principale di quel primo “Earth Summit” fu un documento che elencava 26 principi tutti encomiabili, ma parecchi dei quali almeno in parte incompatibili. Proprio il non aver approfondito i limiti di reciproca compatibilità fra i diversi principi enunciati fu il “peccato di gioventù” che, da allora, è e rimane la tara alla base non solo della politica, ma anche di gran parte della cultura e della spiritualità ambientalista: l’errore sta nel ritenere che lo sviluppo umano e la conservazione della Biosfera siano e debbano essere indefinitamente compatibili, se non addirittura sinergici.

Bisogna dire che, allora, c’erano ragioni politiche precise per portare avanti questo ossimoro: eravamo nel pieno della Guerra Fredda fra le due scuole di pensiero (o “sette”) in cui si era diviso il mondo: Capitalismo versus Comunismo.

Entrambi perseguivano lo stesso fine: la crescita indefinita della popolazione e dell’economia. Quelli che erano diversi erano invece i metodi immaginati per raggiungere lo scopo, così come i criteri di selezione delle rispettive classi dirigenti. Ma, soprattutto, era in gioco chi fra USA e URSS avrebbe dominato il Pianeta.

Perciò, in Russia il tema dell’insostenibilità della crescita non fu neanche preso in considerazione, tanto che i paesi del blocco sovietico non parteciparono alla conferenza. In occidente invece se ne parlò molto, ma si fece poco perché porre dei severi limiti allo sviluppo economico avrebbe ridotto il peso geopolitico dei paesi che lo avessero fatto, col rischio molto concreto di essere sconfitti. Non solo: porre dei vincoli alla crescita avrebbe alienato alla NATO le simpatie dei paesi “non allineati” molti dei quali, freschi di decolonizzazione, giocavano di sponda fra i due blocchi.

\ Redazione:: quali furono secondo te gli aspetti che decisero il modello economico mondiale dominate?

Jacopo Simonetta: Nei primi anni ’80, dopo 10 anni di discussioni e parziali provvedimenti, fu deciso che piuttosto che proteggere l’ecosistema che sostiene la vita sulla Terra, fosse più urgente vincere la guerra fredda e perciò decisero di rilanciare la crescita con dosi massicce di “doping” economico.

\ Redazione:: chissà perché, mi ricorda qualcosa che sta accadendo in questi ultimi mesi…

Jacopo Simonetta: Già allora, però, il degrado delle risorse e dell’ambiente ponevano dei limiti stringenti alle effettive possibilità dell’economia. Si ricorse dunque ad una complessa strategia che comprendeva, fra l’altro, la trasformazione del denaro e della finanza in entità virtuali, oltre ad un insieme di provvedimenti che vanno sotto l’etichetta di “deregulation”. In pratica si favorì una crescita esponenziale del debito a tutti i livelli, relegando al contempo le politiche ambientali ad un ruolo marginale di cosmesi paesaggistica, sviluppo turistico e di parziale tutela della salute umana. Il risultato non si fece attendere e, nel 1989, l’Unione Sovietica si disintegrò sotto il peso di una competizione economica che non poteva reggere.

\ Redazione:: Come cambiarono gli equilibri dopo il crollo dell’URSS?

Jacopo Simonetta: Il crollo del blocco sovietico convinse tutti (compresa la sinistra occidentale) della giustezza del modello capitalista e fu in questo clima euforico che fu indetto l’Earth summit di Rio dell’ONU nel 1992.

Finita la Guerra Fredda, nessuno aveva più molto da temere e tutti i Paesi del mondo potevano finalmente collaborare per risolvere i problemi del sottosviluppo e dell’ambiente una volta per tutte. O perlomeno così sembrava, ma così non fu.

Al summit di Rio parteciparono ben 172 governi, di cui 116 con le loro massime cariche istituzionali, mentre ad un parallelo forum consultivo parteciparono 17.000 persone in rappresentanza di 2.400 NGO (associazioni non governative).

Non si era mai visto un evento di questa portata dedicato all’ambiente, ma la montagna partorì un ben misero topolino. A parte le migliaia di pagine di analisi e commenti che nessuno ha mai letto, la conferenza produsse infatti una serie di documenti (Dichiarazione di Rio sull’ambiente e sullo sviluppo; Agenda 21; Convenzione sulla diversità biologica; Principi sulle foreste; Convenzione sul cambiamento climatico) privi di coerenza sia interna che esterna. In buona sostanza, delle semplici liste di desideri.

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Il grafico mostra il trend delle emissioni di CO₂ dal 1960 al 2020 misurate in ppm dall’osservatorio Mauna Loa, fonte: https://www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/trends/

In altre parole, si ribadì l’impostazione di Stoccolma 72 ma senza l’alibi della Guerra Fredda e con l’aggravante che, nei 20 anni intanto trascorsi, la situazione planetaria era molto peggiorata (overshoot day 1972: 10 dicembre; 1992: 13 ottobre, per citare solo un indice fra i tanti).

\ Redazione:: Quali furono le conclusioni di Rio 1992?

Jacopo Simonetta: In estrema sintesi, a Rio fu ribadito che salvaguardare l’ambiente è bello ed importante, ma ad alcune condizioni: a) ogni stato ha il diritto di fare quello che gli pare sul suo territorio; b) i paesi ricchi hanno il diritto di restare tali, semmai devono aiutare gli altri a diventare ricchi anche loro; c) i paesi poveri hanno diritto a diventare ricchi; d) la questione demografica è assolutamente marginale e sarà risolta dalla crescita economica; h) nessuno si deve azzardare a porre dei limiti alla libertà di commercio; i) lo sviluppo economico e la protezione ambientale non sono in contrasto, anzi sono sinergici.

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\ Redazione:: Mi sembra che queste conclusioni non siano molto coerenti fra loro…

Jacopo Simonetta: Difficile pensare una serie di ossimori più assurda di questa, tanto più che nel 1992 si sapeva benissimo che la capacità di carico del Pianeta era già stata ampiamente superata e che quindi la “sostenibilità” non poteva passare dall’arricchimento dei poveri, bensì richiedeva l’impoverimento dei ricchi. Inoltre, per evitare tragedie bibliche, era necessario che ognuno avesse non più di due figli e rinunciasse al delirio di immortalità, accettando di morire mediamente intorno ai 70 anni, come ai tempi di Dante Alighieri.

Molto “politicamente scorretto” e, difatti, nessuno ebbe il coraggio di dirlo, piuttosto si tentò di contrabbandare alcuni principi assolutamente sacrosanti, come quello di precauzione e quello di responsabilità, in mezzo ad un denso fumo di fuffa in cui ognuno avrebbe potuto trovare quel che più gli piaceva. Solo che, mescolati alla fuffa, anche i principi importanti divennero parole vuote.

Il summit di Rio 1992 fu un disastro la cui misura non fu però un documento finale pieno di vuotame che, in casa ONU, è la norma. La vera Caporetto fu che, con poche ed isolate eccezioni, il movimento ambientalista non denunciò il fallimento della conferenza. Al contrario, si unì al coro di quanti dicevano che, ancorché non perfetto, il risultato era un eccellente compromesso ed un punto di partenza per nuove ed efficaci politiche, ecc. ecc.

Un atteggiamento mai venuto meno neppure di fronte al reiterarsi ad oltranza del medesimo errore di impostazione in tutti documenti ONU seguiti e seguenti, fino all’attuale “Agenda 2030”, passando per i famigerati “Accordi di Parigi” del 2015. Insomma, il “Business As Usual” aveva “fatto cappotto” non solo sul piano politico e diplomatico, ma anche e soprattutto su quello culturale. Non a caso, nei decenni seguenti le parole d’ordine ed i concetti che erano stati elaborati per modificare alla radice l’impostazione sociale ed economica del mondo (per esempio il termine “sostenibilità”) divennero degli slogan per le più spudorate campagne commerciali ed elettorali.

Così, in pochi anni, lo stesso movimento ambientalista finì col perdere la strada, ammesso che mai ne avesse avuta una, finendo spesso col balbettare un guazzabuglio di luoghi comuni facilmente strumentalizzabili. Per dirla tutta, Rio non fu solo la tomba per ogni speranza di cambiare la rotta suicida del nostro mondo, fu anche la tomba del movimento ambientalista e perfino dalla sua cultura divenuta impotente, quando non addirittura pudibonda foglia di fico per imbellettare ogni nequizia. Almeno fino ad oggi.

\ Redazione:: puoi parlarci brevemente delle conseguenze dell’inazione?

Jacopo Simonetta: Dai tempi di Stoccolma, abbiamo perso circa il 50% dei mammiferi, poco meno degli uccelli e molto più degli insetti. Abbiamo perso anche la metà delle foreste e dei banchi di pesca, i biomi stessi non esistono più, la Siberia è devastata dalle fiamme, così come l’Australia e buona parte del resto del mondo. La densità della popolazione umana ha superato una persona ogni 2 ettari, alte montagne e deserti compresi. Se consideriamo solamente le foreste e le campagne, ognuno di noi ha a disposizione di un quadrato di meno di 100 passi per lato su cui si pretende che possano sopravvivere anche alcuni milioni di altre specie che, guarda caso, sono quelle che consentono a noi stessi di sopravvivere.

Governi ed amministrazioni sono divisi su tutto, tranne che su una cosa: grattare il fondo del barile, eliminando ogni residua norma di tutela, gettando ogni angolo di mondo nell’immane fornace del “business as usual” nella vana speranza di fermare un declino economico ineluttabile ed in gran parte derivante da due fattori strettamente connessi: troppa gente e troppi consumi (per di più assai diversamente distribuiti secondo i paesi, ma soprattutto secondo le classi sociali).

In questo quadro, il ricorso alla violenza è sicuramente una forte tentazione soprattutto per chi, essendo giovane, si rende conto che sarà abbandonato in un mondo che è stato saccheggiato in ogni più remoto anfratto dai suoi stessi nonni e genitori.

Ma si sa, o si dovrebbe sapere, che le tentazioni sono mostri che apparentemente ti offrono una via di salvezza, mentre in realtà ti dannano. Non per nulla, Ira e Disperazione sono considerati peccati mortali; non per nulla è proprio su questi sentimenti che da sempre fanno leva i tiranni e gli aspiranti tali.

\ Redazione: Possiamo affermare, senza paura di smentite, che i movimenti nati nel 2018 ed esplosi nel 2019 non hanno però intrapreso questa strada…

Jacopo Simonetta: Infatti, il 2018 è stato un anno di svolta, almeno per l’ambientalismo globale. I partiti “Verdi” hanno ricominciato ad ottenere quasi ovunque dei buoni successi elettorali e sono nati ben tre nuovi movimenti che, soprattutto in occidente ma non solo, hanno avuto una rapida crescita: Extinction Rebellion, Fridays for Future e Earth Strike. Certo, l’analisi di coerenza dei documenti di Rio e seguenti non è ancora stata fatta e spesso si sottovalutano gli ostacoli da superare, ma perlomeno è emerso un sentimento di impellenza. Sembra che un numero crescente di persone, in particolare di giovani, cominci a capire che la resa dei conti incombe e che le autorità costituite sono incapaci di capire e di reagire. Assai spesso costituiscono anzi un ostacolo. Cionondimeno, hanno tutti optato per la nonviolenza ad oltranza che, perlomeno, evita di nutrire la rabbia e la disperazione che, proprio perché giustificate, sarebbero una trappola mortale per il movimento. Consente invece alle persone di sentirsi meno sole e anche di ottenere qualche parziale successo che, nel caotico divenire degli eventi futuri, potrebbe anche rivelarsi più importante di quanto oggi non sembri. Per esempio, abbiamo visto il sostanziale fallimento dei principi di Precauzione e di Responsabilità, ma cambiando il contesto politico, potrebbero cambiare le cose per questi, come per il “reato di ecocidio” che si sta ora cercando di introdurre.

\ Redazione:: Pensi che alla fine il “Business As Usual” non riuscirà ad avere la meglio?

Jacopo Simonetta: No perché la tanto agognata e temuta “transizione” avverrà di sicuro, che lo si voglia o meno, anche se sarà molto diversa da come ognuno se la immagina. La barca del capitalismo globale fa acqua da tutte le parti e non può che affondare, anche senza l’aiuto di nessuno. Il problema è che tutti noi siamo a bordo e non ci sono scialuppe, al massimo qualche ciambella gonfiabile. Nessuno se la caverà a buon mercato e molti non se la caveranno affatto. Sarebbe bene agire ed organizzarsi almeno per limitare il panico e per traghettare oltre l’incombente “collo di bottiglia” il più possibile sia della Biosfera, sia della civiltà perché è vero che l’umanità ha devastato il più bel Pianeta dell’universo, ma ha anche creato opere e partorito idee che sarebbe bello trasmettere a chi dovrà ricostruire una civiltà con il poco che noi gli avremo lasciato.

\ Redazione:: Grazie Jacopo, è proprio per questi motivi che XR ha deciso di “alzare l’asticella” degli obiettivi dei movimenti ambientalisti e di usare la disobbedienza civile nonviolenta per creare pressione ai governi e alla società affinché si agisca con estrema urgenza per fermare la distruzione degli ecosistemi, arrivare allo zero netto di emissioni nel 2025 e organizzare le assemblee dei cittadini con potere deliberativo per guidare la transizione.