INTERVISTE RIBELLI: Sabrina Giannini

04 Oct 2020 - XR Italia
XR Magazine Letture Ribelli Società



Non c’è più tempo! Siamo nel mezzo di una crisi planetaria e il sistema tossico che l’ha generata e la inasprisce ci sta uccidendo.
Saremo a Roma dal 5 all’11 ottobre per ribellarci alla rotta che ci sta portando verso la distruzione.
Con le Interviste Ribelli, vogliamo ascoltare la voce di personaggi di spicco del panorama italiano, intervistando scienziati, personaggi pubblici, attivisti, giornalisti, personaggi del mondo dell’arte e della cultura, persone che nutrono preoccupazione per la crisi in corso e che vogliono aggiungere la loro voce al coro di attivisti e attiviste che rivendicano un mondo vivibile e una maggiore giustizia climatica. Tante voci e punti di vista diversi per un unico importantissimo e complesso argomento.

Perché non importa chi sei, la crisi climatica ed ecologica riguarda davvero tutti e tutte e richiede uno sforzo trasformativo da ognuno di noi se vogliamo evitare la catastrofe.

Oggi leggiamo le parole di Sabrina Giannini, giornalista d’inchiesta da 25 anni sempre per il servizio pubblico della RAI, autrice della trasmissione televisiva Indovina chi viene a cena in onda da quattro anni su Raitre, già nel gruppo di giornalisti freelance che fondò nel 1997 Report e vincitrice di vari premi giornalistici nazionali ed internazionali come il prestigioso Banff Rockie Awards.

Domanda: crisi sanitaria, crisi climatica ed ecologica, crisi migratorie, crisi sociale e crisi economica. Qual è la sua visione sul legame tra le diverse crisi planetarie e sulla possibile intersezionalità delle varie battaglie?

Giannini: Credo che mai come in questa fase, con questa pandemia, sia chiaro che noi esseri umani siamo animali, parte di un’ ecosistema, ma ci siamo dimenticati di esserlo e abbiamo (mal)trattato gli animali come se non fossimo in interazione e integrazione con loro. Abbiamo tagliato foreste torbiere per coltivare olio di palma, ingrediente prediletto dall’industria e dalle multinazionali, e sostituito soia e mais per alimentare animali da mangiare togliendo spazi vitali agli animali selvatici, incubatoi di virus ai quali non siamo immuni. Siamo intelligenti e presuntuosi e crediamo di essere immuni a tutto perché capaci di prodigi tecnologici, ma siamo rimasti primitivi quando ci troviamo davanti alle risorse da monetizzare, senza pensare alle conseguenze che ormai sono drammatiche. In 50 anni siamo passati da tre a otto miliardi ma non ci fermiamo un attimo a pensare che le risorse non sono rinnovabili quindi le poche rimaste andrebbero preservate, sia per il cambiamento climatico che per le epidemie emergenti.
Tutto è prevedibile, ma non si crede alla ricerca, se l’obiettivo è il profitto.
L’UNEP (United Nations Environment Programme) nel rapporto “Frontiers 2016”1 aveva avvisato le nazioni che le malattie trasmesse dagli animali all’uomo, le cosiddette zoonosi, «sono in aumento, mentre le attività antropiche continuano a innescare distruzioni inedite degli habitat selvatici (…) e minacciano lo sviluppo economico, il benessere animale e umano e l’integrità degli ecosistemi».
Il passaggio di un patogeno da una specie ospite a un’altra avviene con più frequenza perché distruggiamo gli habitat dei selvatici (i pipistrelli per esempio), e loro si avvicinano agli insediamenti urbani.
La deforestazione toglie l’habitat ad animali selvatici e ai loro virus (coronavirus per esempio), che raggiungono le città anche attraverso specie intermedie da cui passano all’uomo…e queste specie sono anche gli animali domestici, quelli allevati. Il rapporto spiega che quel 75% di tutte le malattie infettive emergenti ha origine nella fauna selvatice, ma che il bestiame spesso funge da ponte epidemiologico tra la fauna selvatica e le infezioni umane…Questo-si legge-è particolarmente vero per gli allevamenti intensivi in cui il bestiame è spesso geneticamente simile all’interno di una mandria o di un gregge (…), quindi manca della diversità genetica che fornisce resilienza, cioè l’autoregolazione naturale.
I cinesi vivono un insieme di fattori a rischio: trasportano e allevano animali selvatici che spesso arrivano in Cina attraverso canali illegali dall’Africa e da altre zone a rischio estinzione. Ma c’è il complottismo che nega l’origine “ecologica” del virus, perfino i cinesi la negano. La scorsa settimana hanno dichiarato che era presente nel salmone allevato (che tante colpe ha, come scrivo nel mio libro e mostro nelle mie inchieste, ma questa del covid mi sembra ridicola). E lo dimstrassero. E’ solo un alibi per non vedere il disastro che l’impatto delle azioni umane, dello sviluppo industriale hanno causato. Abbiamo trasportato animali da una parte all’altra del mondo, distrutto il loro habitat, l’ecosistema e ovviamente i virus cercano ospiti alternativi. Così avviene il salto da una specie all’altra, sempre più frequentemente.
Ora, con l’economia mondiale in ginocchio, chi aveva ragione a distruggere pensando solo al profitto e tacciando gli ambientalisti come romantici anti-industriali scriteriati2?

Come scrivo nel mio libro “La rivoluzione nel piatto”, sviluppo non vuol dire progresso.
Depredare le risorse è stato un grande affare per pochi gruppi, per i pochi burattinai che di fatto impongono le regole, che oggi contano i profitti dopo 70 anni di sviluppo industriale senza pagare per i danni che hanno causato, e che la politica ha consentito loro di fare.
La popolazione mondiale sarà di nove miliardi nel 2050 ma lo sfruttamento delle risorse continua senza sosta perché a quelli Occidentali si sono uniti i Paesi emergenti come Cina a India (tre miliardi di persone) che replicano i nostri errori e considerano la carne un simbolo di benessere. Se sommiamo la voglia di pinne di squalo dei nuovi ricchi cinesi (che sta minacciando alcune specie di squalo) alla crescente voglia di carne di maiale ecco come esultano le corporations che hanno fatto i danni in Africa e Sud America. I cinesi sono passati da un consumo di carne pro capite di 6 kg a 60 kg in soli 30 anni. La metà dei quali è carne di maiale. Dove costruiscono i loro allevamenti suinicoli (made in Olanda)? Dentro le foreste. In un’area boschiva con pipistrelli che svolazzano…
A corollario di tutto ciò va ricordato che nella provincia del Guangdong, nella Cina meridionale, sono stati individuati molti coronavirus che gli studiosi tenevano d’occhio dal tempo della SARS_COVID 1, un campanello d’allarme scoppiato nel 2003, un campanello che suonava da 17 anni davanti ai politici mondiali che evidentemente sono sordi anche agli avvertimenti dell’OMS.
A proposito dell’allevamento dei suini va ricordato che i cinesi hanno soppresso 300 milioni di suini perché affetti dalla peste suina di origine africana pochi mesi prima che arrivasse quella dei pipistrelli. Hanno ucciso anzitempo i suini, anche sotterrandoli in enormi fosse quando ancora vivi, bruciati vivi. Un’atrocità che nessun governante dell’Occidente ha “notato”. Erano troppo preoccupati che quella peste suina arrivasse anche in Europa. E i virologi invece erano preoccupati (e lo sono ancora) che quella pesta compisse lo spillover, il salto di specie all’uomo.
Il più alto allevamento di suini della Cina meridionale ha il quartier generale lontano 50 km. Accanto si trova la multinazionale americana della mangimistica che ovviamente non va molto per il sottile quando deve fornire i “comunisti”, così il regime comunista cinese fa lo stesso perché gli torna utile il lato verde (colore del dollaro non dell’economia mondiale) del “capitalismo”. Da dove provengono le materie prime di quei mangimi? Dal Brasile (soia e mais), dall’Indonesia e Malesia (olio di palma).
Pecunia non olet. Le foreste millenarie che bruciano invece sanno di arrosto. Anche il cambiamento climatico comincia a puzzare di bruciato. Vorrei ricordare che molte foreste bruciano per lasciare anche lo spazio agli animali da carne, in Brasile per esempio agli zebù, e noi italiani siamo importatori di zebù ma che diventano con un colpo di bacchetta magica “la tipica bresaola della Valtellina”.
Cerchiamo di capire che il SISTEMA è questo e noi siamo piccole formiche che dobbiamo comprare senza pensare e criticare (almeno così vorrebbero)…E quando pensiamo e vogliamo qualcosa di sostenibile non crediamo facilmente ai claim che ci fa comodo sentire, a “certe etichette” che evocano la sostenibilità.
Come quella dell’olio di palma che ho smascherato nell’inchiesta “Che mondo sarebbe senza…”3 e che ha ridotto radicalmente (e soltanto in Italia grazie a questa mia inchiesta), l’impiego dell’olio di palma nei prodotti industriali.
Bastava dire agli italiani che quella palma e il claim sostenibile era certificato da un ente pagato dai controllati, e che non c’era trasparenza, che per anni la politica ha permesso di nascondere la verità sotto la generica dicitura “olio vegetale”, è bastato mostrare in quali condizioni è stata ridotta la più importante foresta torbiera del mondo, l’annientamento delle specie selvatiche…questo è servito per indignare i cittadini consapevoli.
Ecco, se si conosce si può cambiare. Ma serve indignarsi, e non basta eliminare soltanto l’olio di palma. O quello che fa comodo eliminare dal menu.
Non basta credere “benessere animale” o “senza l’uso di antibiotici” per nutrirsi di latte, carne e uova4.

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Domanda: Nel tuo lavoro di inchieste televisive e nel tuo libro “La rivoluzione nel piatto” fa capire chiaramente come il cibo non sia soltanto una questione “alimentare”, un bisogno primario di cui nessuno può fare a meno, ma anche un nodo cruciale nella difesa del pianeta e nella lotta per la giustizia per gli altri esseri umani e per gli animali. In ogni capitolo del libro racconta un sistema e il suo ingranaggio di business, sfruttamento, distruzione e corruzione. Puoi farci una panoramica di questo sistema?

Giannini: Vi racconto una cosa che sta accadendo adesso in Argentina: c’è una grande ribellione perché (strano) stanno bruciando ettari di foresta e il governo vuole fare accordi con il governo cinese per costruire allevamenti di suini.
Molte persone si sono accorte di quel patto e stanno protestando.
Ma la gran parte degli accordi, persino in Europa, vengono fatti senza che la gente lo sappia. Viene poi attivata la macchina della propaganda in cui esperti sostengono che la salute è tutelata. Veniamo in Italia. Il sistema di controllo degli allevamenti o delle industrie di trasformazione di alimenti animali, per esempio, fa capo al ministero della salute, ma purtroppo questo non garantisce affatto che la salute sia tutelata.
I controlli vengono fatti con criteri e norme vagliate secondo un regolamento europeo sui controlli sui residui che di fatto controlla soltanto una parte residuale di sostanze e di alimenti.
Basta leggere il mio capitolo sul salmone allevato per capire che quando non si vuole trovare qualcosa non si inserisce nel piano dei controlli.
La legalità mi spaventa più dell’illegalità perché chi non si informa (e l’ignoranza è spesso complice) crede che tutto quello che è in commercio sia controllato e sicuro. E’ la narrazione di chi viene pagato da noi per controllare e invece sa bene che la verità è un’altra.

Un altro esempio di drammatica attualità è l’antibiotico-resistenza. Com’è possibile considerare normale, sano e giusto un sistema di allevamento che utilizza, nel mondo, il 70% degli antibiotici per “mantenere” gli animali vivi perché arrivino al macello e producano latte e uova?
Gli antibiotici per anni e decenni venivano somministrati addirittura per ingrassare gli animali, bastava chiamarli pomposamente “i promotori della crescita”. Poi anche per prevenire le malattie negli allevamenti, miscelati al mangime. Pensate di dare nella pappa di un figlio l’antibiotico perché potrebbe ammalarsi di bronchite. Assurdo no?
Eppure è stato ed è venduto come unico sistema possibile, quindi “scontato”.
Quindi sembra normale ciò che è aberrante. Quindi dopo 50 e passa anni di antibiotici ad uso più preventivo che altro ecco che alcuni antibiotici non sono più efficaci per combattere 5 batteri killer che uccidono solo in Europa 30 milioni di persone. In altre parole, sono resistenti. Qualcuno resiste. Peccato che uccida ignare vittime dell’abuso umano e in zootecnia dell’antibiotico, l’unico presidio per combattere l’infezione batterica. Siamo proprio dei geni.
Ma basta non dirlo. Credo di essere stata una delle poche in Italia a parlarne, criticando l’inerzia dell’Europa e dei nostri ministri. Chiamiamoli della salute, per essere buoni.

Domanda: Extinction Rebellion sarà in strada, a Roma dal 5 all’11 ottobre, per una mobilitazione collettiva attraverso azioni di disobbedienza civile nonviolenta, quali consigli vorresti dare al movimento, anche per incoraggiare le attiviste e gli attivisti?

Giannini: La democrazia, intesa nel modo in cui l’ho descritta finora, sta dimostrando di aver portato l’umanità sull’orlo dell’estinzione. E i nostri governanti ci stanno portando al tracollo.
I presupposti, le promesse, le parole per la conversione restano tali, in un sistema che è malato. La ribellione, quello che promuovete voi, così come la “rivoluzione” di cui parlo nel mio libro, deve venire dal basso. Delegare non si può più. I nostri politici hanno dimostrato ormai chiaramente di non avere una visione che vada oltre il loro mandato.
Gli amministratori locali che provano a cambiare qualcosa seriamente, come sta avvenendo in Francia, vengono chiamati estremisti, così verrete chiamati voi.
Siamo ormai al ridicolo utilizzo del marketing che tratta i ribelli come fanatici, i salutisti come malati di ortoressia (cioè vittime di un disturbo alimentare, una forma di attenzione abnorme alle regole alimentari).
Un marketing denigratorio (facile da smascherare) che esce dalle stesse “fabbriche del dubbio” (cioè ricerche firmate da esperti prezzolati che cercano di smontare verità scomode all’industria, quelle sulla carne rossa che sarebbe sana esce spesso, come se non bastassero 800 ricerche e le valutazioni della IARC).
Dobbiamo pretendere trasparenza dai politici ma avere il coraggio di cambiare le nostre abitudini con coerenza.
Non serve protestare nelle piazze e poi entrare in un fast-food per addentare un hamburger. È ipocrisia, in salsa ketchup. A proposito di pomodoro. E’ fuorilegge commerciare semi di frutta, sementi, ortaggi (ecc) di semi che non fanno parte di una specifica lista autorizzata in Europa (e nel mondo). Fuorilegge quindi scambiarsi magari i semi di un grano antico se non è in quella lista. E indovinate un po’ a chi appartiene l’80 per cento di tutti i semi “lecitamente” commerciabili? La risposta è intuibile, e nel mio libro.
Tanto basta per dire…basta. post-picture