L'inutilità della politica

15 Nov 2020 - Guido Dalla Casa
XR Magazine Società



Il Covid-19, questo coronavirus piuttosto misterioso, avanza nel mondo. Probabilmente è comparso per riportare in salute la Terra, o l’Ecosfera, che così guarirà dal suo terribile male: lo sviluppo economico, nato in una cultura umana, l’Occidente, che ha ormai invaso tutto il mondo.

Oppure lo farà qualche virus successivo.

  La civiltà industriale ha gli anni contati. Secondo Serge Latouche: “Noi che siamo qui in questo momento abbiamo il privilegio fantastico di assistere al crollo della civiltà occidentale. Si tratta di un fatto rarissimo, paragonabile alla fine dell’Impero Romano. Con la differenza che questo si è svolto in un arco temporale di 700 anni, mentre il crollo della nostra civiltà si compirà in meno di trent’anni”.   (da: Scommettiamo sulla decrescita).

  Lo sviluppo economico sostituisce materia inerte a sostanza vivente, mette strade, impianti, fabbriche, plastica, cemento, orrori ed errori del ciclo della carne, rifiuti indistruttibili, al posto di foreste, paludi, savane, ghiacciai, praterie, barriere coralline. Altera l’atmosfera e fa diminuire vertiginosamente la biodiversità, con estinzione di specie, crescita patologica di mostruosi agglomerati umani, distruzione di ecosistemi.

  In genere qualunque istanza per cercare di arginare questi fenomeni viene trattata, anche dagli oppositori, facendo richieste ai politici, che, quando va bene, promettono green economy, investimenti verdi, sviluppo sostenibile, ma mantengono il primato e il linguaggio dell’economia: non accenneranno mai a rinnegare la crescita e a mettere in discussione il primato dell’uomo, visto come esterno a tutte le entità naturali, che invece costituiscono con noi un unico Organismo, l’Ecosfera.

  Nessun tipo di politica ha mai cambiato veramente un modello culturale, neppure la guerra, che è stata anche chiamata “la prosecuzione della politica con altri mezzi”. Gli effetti delle due spaventose guerre mondiali del ventesimo secolo si notano appena sui grafici di crescita della popolazione umana e dell’economia.

  E le rivoluzioni violente? Neppure quelle. Le due più grosse rivoluzioni degli ultimi secoli (quella francese e quella sovietica) sono sostanzialmente fallite e hanno lasciato tracce piuttosto deboli sul modello “civiltà industriale”. La visione del mondo e la percezione della posizione della nostra specie in Natura non sono mai cambiate né con una guerra, né con una rivoluzione né con qualche movimento o evento di tipo politico.

  I politicanti hanno bisogno di cercare “il consenso” e non avranno mai seguaci di maggioranza se parlano di cambiare radicalmente un modo di vivere, perché nessun modello culturale umano è capace di concepire la propria fine. I politici già in carica perderebbero la sedia dopo pochi giorni.

  Gli unici cambiamenti reali sono quelli che avvengono nel paradigma generale scientifico-filosofico in cui si inquadrano le conoscenze: l’ultimo è iniziato attorno al 17°-18° secolo e ha fatto nascere la civiltà industriale, ma neanche quello ha mai intaccato alla radice un punto essenziale della visione del mondo imperante: l’antropocentrismo, l’idea preconcetta che siamo al di fuori e al di sopra del mondo naturale, che resta al nostro servizio. Questa idea di base, ben radicata in tutto il mondo giudaico-cristiano e islamico, che non ha mai ascoltato il parere della altre culture umane, orientali o native, è una delle radici degli attuali guai del mondo. Solo recentemente l’errore antropocentrico dà qualche primo segno di cedimento con gli ultimi studi di: Fisica Quantistica, Dinamica dei Sistemi, Evoluzione biologica, Ecologia Profonda, studi sulla Mente Animale e Vegetale, Anima del Mondo, Mente Estesa, Ecopsicologia, Indivisibilità Mente-materia, e altri.

  Anche movimenti sostanzialmente falliti, come il cosiddetto “Sessantotto”, non hanno mai cercato contatti con l’altro movimento scientifico-filosofico, più lungo e silenzioso, che era già in corso. Anzi, i Sessantottini erano più che mai antropocentrici e si consideravano “il Progresso”. Parlavano anch’essi il solito linguaggio politico-sociale-economico, incapaci di colloquiare con un linguaggio scientifico-filosofico.

Per cambiamenti veramente radicali e profondi occorrono alcuni secoli, e non abbiamo certamente tanto tempo: resta comunque il fatto che è completamente inutile rivolgersi alla politica per ottenere qualche risultato nella gravissima crisi attuale.

  Da un articolo di Guido Ceronetti pubblicato sul quotidiano La Stampa del 9 marzo 1993:

      …Vorrei un capo di governo o di azienda che facesse precedere da un purtroppo le frasi consuete: “dobbiamo aumentare la produzione”, “la ripresa è imminente”… Neppure questa libertà gli è data. Sono costretti anche ad adularlo, il Maligno: se aggiungono un purtroppo li scaraventa in basso come birilli. Questo non è più avere un potere, tanto meno corrisponde a qualcuno dei sensi profondi di comando. L’asservimento all’economia dello sviluppo, senza neppure un accenno di sgomento, dice l’immiserimento, la perdita di essenza e di centro, della politica. Se il fine unico è lo sviluppo, la politica è giudicata in base alla sua bravura (che è pura passività) nello spingerlo avanti a qualsiasi costo.

 Non c’è nessuna idea politica dietro, sopra o sotto: c’è il Dio dell’economia industriale geloso del suo culto monoteistico.