Combattere le ingiustizie può essere traumatico: dobbiamo imparare ad elaborare e guarire da questo stato

20 Apr 2021 - XR Italia
XR Magazine Società



Photo by Francesco Gallarotti on Unsplash

Preferiamo nascondere la spazzatura sotto il tappeto o vogliamo finalmente aprire la ferita di questa nazione e ripulire l’infezione in modo tale che tutti possano guarire?

Siamo traumatizzati. Incominciamo da qui.

Un trauma è definito come la reazione di un individuo che ha vissuto o è stato testimone di qualcosa di davvero disturbante. Il disordine da stress post traumatico, o PTSD, è quella condizione causata dall’esposizione ad un evento doloroso fuori “dal campo delle solite esperienze umane”.

Il panico globale. La seguente crisi economica. Video in cui poliziotti uccidono persone di colore disarmate e usano la violenza contro protestanti pacifici. Immagini di truppe federali in mimetica e fucili d’assalto che affrontano manifestanti tutte le notti. L’incessante aumento del numero di persone senza casa. L’inazione dei politici nei confronti della crisi climatica globale.

Si potrebbe sostenere che nessuna di queste cose rientra nel “campo delle solite esperienze umane”. Anche se non si è stati direttamente colpiti da uno di questi eventi o nessun conoscente si è ammalato di COVID-19, e anche se si è mantenuto un salario fisso, o non si è mai stati attaccati da un agente di polizia e si vive in una comunità non afflitta dal disastro climatico, avere davanti agli occhi attraverso i media questi eventi tutti i giorni può causare quello che gli psicologi chiamano trauma vicario. Lo assorbiamo e ne siamo affetti semplicemente perché l’aria ne è satura.

Magari hai notato qualche sintomo di questo trauma saltar fuori durante la tua vita, o nella tua relazione o tra le pareti domestiche. Tipiche risposte ad un trauma possono includere senso di ansia, irascibilità, ipervigilanza, sintomi da astinenza, stanchezza, cinismo, mancanza di empatia, irrequietezza e molti altri.

Negli ultimi mesi, ho visto tutto questo riversarsi nelle strade e manifestarsi nella forma di trauma collettivo.

Quando si scatena un trauma, perdiamo la nostra capacità di acquisire nuove informazioni, di essere creativi, di valutare nuove prospettive o di pensare alle conseguenze a lungo termine

Non so se sto reagendo in maniera eccessiva, ma sento che nei miei 39 anni su questo pianeta, non ho ancora mai vissuto in un periodo in cui le cose fossero così frammentate e polarizzate, un periodo in cui tutto è così bollente che sembra che la società stia cadendo a pezzi. Che siano manifestanti sparati a morte o investiti, che sia la violenza scaturita a causa delle mascherine protettive o la tragedia che serpeggia nel nostro sistema politico, sento che stiamo tutti sperimentando la risposta ad un trauma collettivo.

Quando si scatena un trauma, la nostra neocorteccia (la parte del nostro cervello che ci permette di ragionare, valutare le conseguenze, risolvere problemi e acquisire e processare nuove informazioni) si disattiva. Incominciamo ad elaborare con le parti meno evolute del nostro cervello: il sistema limbico (responsabile delle nostre emozioni) e il complesso rettiliano (responsabile dell’istinto di sopravvivenza).

Quando si scatena un trauma, il cervello incomincia a lavorare come se le nostre vite fossero in pericolo, anche se non fosse vero. Prende potere il nostro istinto di sopravvivenza e quindi perdiamo la capacità di vedere le sfumature. Bianco o nero. Pericoloso o non pericoloso. Giusto o sbagliato.

Quando si scatena un trauma, tutto sembra intensificato anche se non lo è. Il cervello inonda il corpo con scariche di adrenalina e cortisolo, portando i muscoli ad irrigidirsi. Si ha la sensazione che le minacce siano dietro ogni angolo. Questo senso di ipervigilanza contrasta la naturale resilienza umana.

La visione del mondo in bianco e nero. L’incapacità di vedere le sfumature. La mancanza di una strategia a lungo termine. L’impossibilità di utilizzare nuove informazioni.

Suona familiare?

Sta accadendo ovunque.

Credo che Trump, come molti altri politici, sia un individuo fortemente traumatizzato che non ha avuto la possibilità di una guarigione vera e propria. Dando sfogo al suo trauma, sta portando alla luce quello di molti suoi seguaci e sostenitori.

All’interno dei movimenti, gli attivisti affrontano costantemente la violenza militarizzata della polizia e parlano di traumi passati, spesso però, in modi maldestri che ne scatenano di nuovi ma non aiutano a superarli.

E quindi scendono in strada, e nuovi traumi si accumulano. E tutto ciò non favorisce la guarigione per niente.

Prepararsi ad azioni non violente dovrebbe includere l’acquisizione di strumenti per la regolazione emozionale e l’impegno ad imparare i nostri fattori scatenanti e a guarire dalle nostre ferite.

Un’azione diretta non violenta può essere intensa, spaventosa e può facilmente innescare una risposta traumatica. Nonostante ciò, attualmente, questo tipo di azioni sono di importanza capitale per ottenere un cambiamento. Le nostre risposte alla violenza e all’ingiustizia devono riuscire a controbilanciarle. E ci stiamo confrontando con gravissime forme di danno. Soltanto confronti diretti possono essere appropriati al sistema di potere attuale.

Quindi in che modo possiamo agire direttamente e contemporaneamente provare a guarire? Come possiamo evitare di accumulare trauma su trauma, panico su panico e fuoco su fuoco? Come possiamo costruire un movimento che può tatticamente “chiudere” un’autostrada, mentre propone con uno spirito di “apertura” la possibilità di guarire e trasformarsi?

Studiare il trauma

Victor Le Lewis, sostenitore della giustizia razziale e guaritore, dice che tutti gli attivisti hanno bisogno di qualche nozione di neuroscienza e di come i traumi agiscono sul corpo. In aggiunta alla letteratura classica sulle strategie nonviolente come The Politics Of Nionviolent di Gene Sharp o Rules for Radicals di Saul Alinsky, gli attivisti dovrebbe studiare anche libri come The Grandmother’s Hand di Resmaa Menakem, The Body Keeps the Score di Bessel van der Kolk e The Politics of Trauma di Staci Haines.

Persone come Peter Levine e Brené Brown dovrebbe essere oggetto di dibattito nei circoli organizzati con la stessa frequenza di Grace Lee Boggs o Leonard Peltier.

Questa nazione sta sperimentando una risposta traumatica collettiva. Il trauma, che si manifesti in un solo individuo o nella collettività, mostra le stesse caratteristiche, e quindi, avremo bisogno delle stesse strategie per superarlo. Quanto più riusciamo a capire le dinamiche di un trauma, maggiori saranno le possibilità di guarire.

Superare un trauma

La preparazione dei nostri gruppi per le azioni non violente non dovrebbe usare soltanto le tradizionali metodologie di allenamento “non violente”: scioperi e posti di blocco, addestramento medico, legislazione e così via. Dovrebbe anche includere l’apprendimento di strumenti di regolazione emotiva a breve termine, e un impegno a lungo termine a conoscere i propri fattori scatenanti e guarire dalle proprie ferite. 

Gandhi parlò dell’importanza “dell’autopurificazione” come parte della preparazione spirituale di un satyagrahi, un guerriero non violento. L’idea di “terapia post-traumatica” non esisteva nella sua epoca, ma parte della preparazione emotiva e spirituale per essere pronti ad affrontare eventi potenzialmente traumatici (ritrovarsi tra il fumo dei lacrimogeni, avere gli occhi bruciati dallo spray al peperoncino, essere caricati e arrestati) dovrebbe avere come obiettivo un po’ di consapevolezza di quanto dolore non elaborato e risentimento stiamo accumulando, e l’eliminazione di un po’ di esso, in modo da scendere in strada quanto più “leggeri” possibile. 

Lutto e rabbia non solo sono emozioni naturali, ma sono fondamentali per noi da onorare e incarnare. E comunque, non posso fare a meno di pensare che le azioni dirette, con urla, gas lacrimogeni, folle enormi e frenetiche, non sono le più produttive o sicure per liberare la nostra rabbia e il dolore non elaborato.

Dovremmo, invece, creare spazi più sicuri, organizzati da facilitatori esperti, che siano esplicitamente concepiti con lo scopo di occuparsi della nostra rabbia e del dolore. Una volta processati, possiamo superarli, l’impetuoso fuoco delle nostre emozioni può trasformarsi in pezzi di carbone: energia duratura e concentrata che può essere più facile da usare in maniera sapiente.

Non c’è modo di agire con giudizio quando si riversa rabbia e dolore nelle strade. In particolare, per le comunità emarginate, ogni esempio o caso di ingiustizia può rievocare generazioni di violenza della quale non si è mai analizzata la situazione che l’ha perpetuata.

Questo è principalmente un invito a pensare a fondo all’instaurazione degli spazi giusti per le attività giuste. Non tutti gli spazi possono significare qualsiasi cosa per chiunque in qualsiasi momento. L’azione diretta dovrebbe aver luogo dove sia possibile invitare la società a prender coscienza dei propri traumi, e non dove ci sentiamo al sicuro nel processare i nostri dolori.

Ovviamente, processare e superare i nostri traumi è un lavoro a lungo termine. Nel frattempo, gli allenamenti alla non violenza dovrebbero fornire degli strumenti di regolazione emotiva a breve termine, come imparare ad essere coscienti dei nostri fattori di innesco, esercizi di respirazione o attività collettive come il canto. Queste pratiche possono aiutarci a riprendere il controllo della nostra neocorteccia nei momenti di tensione.

Sconfiggere o aprire al cambiamento

Infine, dobbiamo essere chiari riguardo lo scopo delle nostre azioni. Si tratta semplicemente di sconfiggere ‘l’altra fazione’ e spingere a forza il cambiamento giù per la loro gola, oppure lo scopo a lungo termine è quello di raggiungere la guarigione, la trasformazione e la liberazione di tutta la società?

Stiamo semplicemente cercando di porre fine ‘a questa merda’, oppure stiamo cercando di aprire le ferite nazionali e ripulirle dalle infezioni della supremazia bianca, del patriarcato, del capitalismo e di tutte quelle forme di segregazione e dominazione, in modo tale da poter guarire?

Se il vero scopo è l’ultimo, bisogna essere consapevoli di quali azioni possono promuovere la guarigione. Come possiamo trovare un equilibrio tra il potere e l’autoaffermazione di cui abbiamo un disperato bisogno e continuare a dedicarci all’amore e alle relazioni che ci aiutano a guarire?

L’urgenza di rallentare

Anche se ovviamente non possiedo tutte le risposte, spesso penso alla potenza delle marce silenziose, alle meditazioni sulle barricate, o alle azioni di espiazione spirituale come la Reparations Procession che viene attualmente fatta giornalmente nell’East Bay.

Quando mi trovavo a Standing Rock, l’anziano, mentre ci stavamo preparando per una azione diretta in città, ci disse: “Ricordate, state andando ad una cerimonia”. Che livelli di azioni creative potremmo raggiungere se le vedessimo come delle cerimonie, dei rituali di guarigione collettiva? Quali possibilità si aprirebbero?

Per raggiungere quel livello di creatività, non possiamo permanere in uno stato traumatico. Il trauma non aiuta i processi creativi. Il che ci porta ad un altro paradosso moderno; come possiamo rallentare abbastanza da utilizzare a pieno la nostra neocorteccia e ascoltare il nostro cuore, vivendo un periodo di reale urgenza?

Penso che si potrebbe iniziare da qualcosa semplice come il respiro. Come il Reverendo Rene August disse una volta: “La battaglia per la giustizia è una maratona, non uno sprint. La differenza tra una maratona e uno sprint è come respiri. Impara a respirare”.

Pubblicato da Wagingnonviolence

https://wagingnonviolence.org/2020/08/fighting-injustice-can-trigger-trauma-we-need-to-learn-how-to-process-it-and-take-healing-action/

Traduzione di Marcello Casa, adattamento di Domenico Barbato. Autore Kazu Haga

Kazu Haga è il fondatore dell’East Point Peace Academy, un membro fondamentale del Collettivo Ahimsa e della rete Yet-To-Be-Named, e l’autore del libro “Healing Resistance: A Radically Different Response to Harm”. È attivo nei movimenti di cambiamento sociale dall’età di 17 anni, e facilita la nonviolenza, la giustizia riparativa, la consapevolezza e i laboratori di organizzazione nelle prigioni e nelle comunità di tutti gli Stati Uniti D’america.