#StorieRibelli: Gabriele Bortolozzo

02 May 2021 - XR Italia
XR Magazine Storie Ribelli



Le compagnie petrolifere sanno dagli anni '50 ciò che stanno facendo al pianeta. E' ora di raccontare i loro crimini. I media e i governi sono complici. Per questo saremo noi a raccontarvi le storie di cui nessun altro parla. Perchè quando le persone sanno e chiedono il cambiamento non c'è nessun governo che sia in grado di fermarle.

E’ l’agosto del 1994 quando vedo arrivare Gabriele Bortolozzo nel mio ufficio alla Procuratie di piazza San Marco. Fa un caldo umido terrificante. In quei giorni sono il magistrato più anziano in servizio a Venezia.

La segreteria mi porta una nuova denuncia appena depositata. Un esposto di Medicina Democratica e di Gabriele Bortolozzo. Leggo, ma non credo a quello che leggo. Rileggo e mi sembra una denuncia fuori dalla realtà. I firmatari dell’esposto sono rimasti in attesa in corridoio, insistono per un colloquio. La situazione mi appare davvero eccezionale e incontro subito, allora, Gabriele Bortolozzo e l’ultrasettantenne avvocato Luigi Scatturin.

Porta i sandali, Gabriele. E mi fa subito l’impressione di un missionario laico. Non riesco ancora a convincermi, né a rendermi conto, della bontà di quanto va raccontando. La sua aria a metà strada tra la timidezza e la diffidenza e la sua convinzione profonda mi colpiscono. E mi spingono a dare il massimo impulso agli accertamenti preliminari.

In fabbrica, al Petrolchimico di Porto Marghera, ha la nomea di essere un piantagrane, non è molto amato, né dall’azienda né dai sindacalisti. Ha lavorato per 25 anni al famigerato CV6 dove ha visto troppi compagni di lavoro ammalarsi di tumore e anche morire.
Inizialmente senza dire niente ad alcuno, Gabriele raccoglie montagne di dati sugli operai, sul loro stato di salute, su quelli che avevano già smesso di lavorare, sugli impianti, sulle fughe di gas, sugli incidenti. Viene lasciato solo, con le sue ricerche e i suoi dossier.
Viene isolato.

Il 19 maggio del 2006 la Corte di Cassazione conferma le sentenze di condanna pronunciate in Corte d’appello a Venezia per il processo Petrolchimico. Dichiara responsabili per la morte di Tullio Faggian i vertici di Montedison: tre amministratori delegati, il responsabile medico - sanitario centrale e un direttore generale centrale.
Il presidente Eugenio Cefis sfugge alla condanna solo perché nel frattempo è deceduto. Una sfilza di assoluzioni per sopravvenuta prescrizione accompagna quelle cinque condanne. Angiosarcomi, epatopatie, malattie di Rynaud, una serie di reati ambientali: tutti prescritti, cancellati.

E il 19 maggio 2006, quando mi giunge la notizia della sentenza definitiva, il mio pensiero va a Gabriele Bortolozzo, ai suoi sandali da missionario laico. Ma va subito dopo ai tanti operai conosciuti nella tetra e fredda aula bunker di Mestre e ai loro famigliari, ai figli, ai fratelli, alle vedove, sempre silenziose e sul filo dell’emozione, con gli occhi lucidi.

Tutti uniti contro la possente e facoltosa macchina da guerra processuale messa su dalle industrie.