L'allevamento industriale è uno dei peggiori crimini della storia

18 Jan 2020 - XR Italia
XR Magazine Notizie



“Farm Project” by John Wildgoose (CC BY-NC 4.0)


Ormai è condiviso da molti scienziati che è necessario raggiungere il "picco di produzione di bestiame" entro il 2030, sia per motivi ambientali che economici. Le aziende di allevamento intensivo comportano più danni per la salute e per l'ambiente di quanto non contribuiscano all'economia stessa. Lo storico Yuval Noah Harari approfondisce le ragioni etiche della scelta. Il destino degli animali cresciuti negli allevamenti intensivi è una delle questioni etiche più urgenti del nostro tempo. Decine di miliardi di esseri senzienti, ognuno con sensazioni ed emozioni complesse, vivono e muoiono in una linea di produzione.

Oltre 50 illustri scienziati hanno recentemente avvertito su Lancet Planetary Health1 che la produzione di bestiame deve raggiungere il suo picco entro il prossimo decennio, dopo di che la produzione non dovrà più aumentare, per far fronte all’emergenza climatica. Chiedono a tutti i governi, esclusi i paesi più poveri, di fissare una data per il “picco della carne”, dal momento che l’allevamento intensivo è una fonte significativa e in rapida crescita di emissioni globali di gas climalteranti.

Il bestiame (vacche) e le pecore degli allevamenti intensivi emettono grandi quantità di metano, inoltre le foreste vengono distrutte per creare pascoli e far crescere i cereali con i quali vengono nutriti gli animali negli allevamenti intensivi. Oltre l’80% dei terreni agricoli è utilizzato per l’allevamento ma produce solo il 18% delle calorie degli alimenti usati per alimentazione umana.

Ridurre la carne e i latticini e optare invece per diete a base vegetale, libererebbe la terra perché venisse restituita alla foresta. I ricercatori affermano che questa è la migliore opzione attualmente disponibile per immagazzinare grandi quantità di carbonio. Il prof. Pete Smith, dell’Università di Aberdeen, ha dichiarato: “La transizione dovrà essere gestita in modo equo, per consentire ai cittadini di cambiare la dieta e diversificare o trasformare le filiere, garantendo gli investimenti degli agricoltori, dei produttori e delle filiere agroalimentari. Nei paesi poveri, dove oltre 800 milioni di persone sono ancora denutrite, le priorità ovviamente differiscono”.2

Inoltre un recente studio dell’Accademia delle Scienze Statunitense ha mostrato come le aziende di allevamento intensivo statunitensi costano all’economia, con l’inquinamento atmosferico che producono, più danni per la salute e per l’ambiente di quanto non contribuiscano all’economia stessa. Si considera in questo caso l’inquinamento da PM25, identificato come la causa del 90% delle 100.000 morti premature negli Stati Uniti legate all’inquinamento dell’aria: dal punto di vista delle emissioni di particolato e di ammoniaca il peggiore trasgressore risulta l’industria di allevamento del pollame.3

post-picture “Sheep” by Ronald Dueñas (CC BY-NC-SA 2.0)


Ma al di là di questi sterili calcoli economici, per approfondire le motivazioni etiche che stanno dietro la scelta di ridurre drasticamente il consumo di carne abbiamo deciso di tradurre e ripubblicare un interessante articolo dello storico Yuval Noah Harari, l’autore del bestseller “Sapiens, da animali a dèi: breve storia dell’umanità”.4

L’allevamento industriale è uno dei peggiori crimini della storia (di Youval Noah Harari)

Gli animali sono le principali vittime nella storia, e il trattamento riservato agli animali domestici negli allevamenti industriali è forse il peggiore crimine nella storia.

L’avanzamento del progresso umano è cosparso di animali morti. Anche decine di migliaia di anni fa, i nostri antenati dell’età della pietra erano già responsabili di una serie di disastri ecologici. Quando i primi uomini arrivarono in Australia circa 45.000 anni fa, fecero estinguere il 90% della megafauna locale. Questo è stato il primo impatto significativo che l’Homo sapiens ha avuto sull’ecosistema del pianeta. E non è stato l’ultimo.

Circa 15.000 anni fa, gli uomini hanno colonizzato l’America, spazzando via durante il processo circa 75% dei suoi grandi mammiferi. Numerose altre specie sono sparite dall’Africa, dall’Eurasia e da migliaia di isole attorno alle loro coste. I tracciati archeologici di paese in paese raccontano la stessa storia. La tragedia inizia con una popolazione ricca e variegata di grandi animali, senza alcuna traccia dell’Homo sapiens. Nel secondo atto Homo Sapiens appare, testimoniato da fossili di ossa, punte di lancia o magari da un falò. Il terzo atto comincia subito dopo, con l’uomo e la donna che occupano la scena principale e la maggior parte dei grandi animali, assieme a molti altri più piccoli, che spariscono. Complessivamente, l’Homo sapiens ha fatto estinguere circa il 50% di tutti i grandi mammiferi terrestri del pianeta ancora prima di iniziare a coltivare il primo campo di grano, forgiare il primo oggetto di metallo, scrivere le prime parole o coniare la prima moneta.

La seconda grande pietra miliare nella relazione uomini-animali è stata la rivoluzione agricola: il processo che ci ha trasformati da cacciatori-raccoglitori nomadi a contadini che vivono in insediamenti permanenti. Questo ha portato alla comparsa di una forma di vita completamente nuova sulla Terra: gli animali domestici. Inizialmente, questo cambiamento può sembrare essere stato di poco rilievo, visto che gli uomini erano solo riusciti ad addomesticare meno di 20 specie di mammiferi e uccelli, paragonate alle innumerevoli migliaia di specie rimaste ‘selvatiche’. Tuttavia, col passare dei secoli, questa nuova forma di vita (animale addomesticato) è diventata la normalità.

Ad oggi, più del 90% di tutti i grandi animali sono addomesticati (‘grandi’ indica gli animali che pesano almeno qualche chilo). Considera per esempio il pollo. Diecimila anni fa, era un uccello molto raro che era confinato in piccole nicchie dell’Asia del Sud. Oggi, miliardi di polli vivono in quasi ogni continente e isola, escluso l’Antartide. Il pollo addomesticato è probabilmente l’uccello più diffuso negli annali del pianeta Terra. Se misurassimo il successo di una specie solo in termini di numeri, polli, mucche e maiali sarebbero gli animali con maggiore successo di sempre.

Purtroppo, le specie addomesticate hanno pagato il loro successo collettivo senza precedenti con una sofferenza individuale anch’essa senza precedenti. Il regno animale ha conosciuto molti tipi di dolore e miseria per milioni di anni. Eppure la rivoluzione agricola ha creato dei tipi di sofferenza completamente nuovi, i quali sono solo peggiorati col passare delle generazioni.

A prima vista, gli animali addomesticati sembrano passarsela molto meglio dei loro antenati e cugini selvatici. I bufali selvatici passano le giornate cercando cibo, acqua e riparo, e sono costantemente minacciati da leoni, parassiti, alluvioni e siccità. Il bestiame addomesticato, dall’altro lato, può godere dell’assistenza e della protezione dell’uomo. Gli uomini forniscono cibo, acqua e riparo a mucche e vitelli, li curano e li proteggono dai predatori e dai disastri naturali. È vero che, la maggior parte delle mucche e dei vitelli presto o tardi si ritrovano al mattatoio. Ma è davvero questo che rende il loro destino peggiore dei bufali? È meglio essere divorati da un predatore rispetto all’essere macellato da un uomo? Sono forse i denti dei coccodrilli più gentili delle lame d’acciaio?

Ciò che rende l’esistenza degli animali domestici da allevamento particolarmente crudele non è solo il modo in cui muoiono ma soprattutto il modo in cui vivono. Due fattori contrapposti hanno caratterizzato le condizioni degli animali da allevamento: da un lato, l’uomo vuole carne, latte, uova, pelli, forza muscolare animale e intrattenimento; dall’altro, gli uomini devono assicurare la sopravvivenza a lungo termine e la riproduzione degli animali da allevamento.

Teoricamente, questo dovrebbe proteggere gli animali da estreme crudeltà. Se un allevatore munge la sua mucca senza darle cibo e acqua, la produzione di latte diminuirà, e la mucca stessa morirà presto.

Purtroppo, gli umani sono in grado di creare tremende sofferenze agli animali d’allevamento in altri modi, anche mentre continuano ad assicurare la loro sopravvivenza e riproduzione. La radice del problema è che gli animali da allevamento hanno ereditato dai loro antenati selvatici diversi bisogni fisici, emotivi e sociali che sono considerati “superflui” negli allevamenti. Gli allevatori ignorano continuamente questi bisogni senza pagare nessun costo dal punto di vista economico. Chiudono gli animali in piccole gabbie, mutilano loro le corna e le code, separano le madri dai figli per estrarne artificialmente il latte, e in maniera selettiva allevano mostruosità.

post-picture The Dairy Farm* by Tessa Goodfellow (CC BY-NC-ND 4.0)


Gli animali soffrono tremendamente, ma nonostante ciò continuano a vivere e moltiplicarsi.

Ma questo non contraddice il principio più basilare dell’evoluzione darwiniana? La teoria dell’evoluzione sostiene che tutti gli istinti e gli stimoli si sono evoluti con l’obiettivo della sopravvivenza e della riproduzione. Se è così, non è allora provato dalla loro continua riproduzione che i bisogni degli animali da allevamento sono soddisfatti? Come può essere che una mucca abbia un ‘bisogno’ che non sia veramente essenziale per la sopravvivenza e la riproduzione?

Sicuramente è vero che tutti gli istinti e gli impulsi si sono sviluppati con l’obiettivo di soddisfare la pressione evolutiva della sopravvivenza e della riproduzione. Ma quando queste pressioni evolutive scompaiono, comunque, gli istinti e gli stimoli che queste hanno generato non evaporano istantaneamente. Anche se non sono più utili alla sopravvivenza e alla riproduzione, questi istinti e questi stimoli continuano a dare forma alle esperienze soggettive dell’animale.

Infatti i bisogni fisici, emotivi e sociali delle mucche, dei cani e degli uomini dei giorni nostri non riflettono le loro condizioni attuali ma piuttosto riflettono le pressioni evolutive che i loro antenati hanno affrontato decine di migliaia di anni fa. Perché le persone moderne amano i dolci così tanto? Non certo perché dobbiamo ingozzarci di gelato e cioccolato per poter sopravvivere all’inizio del ventunesimo secolo. Piuttosto, è perché se i nostri antenati dell’età della pietra avessero trovato frutti dolci e maturi, la cosa più sensata da fare sarebbe stata mangiarne il più possibile, ed il più velocemente possibile. Perché i giovani guidano in maniera spericolata, vengono coinvolti in violente zuffe e hackerano i siti internet riservati? Perché stanno obbedendo ad antichi codici genetici. Settantamila anni fa, un giovane cacciatore che rischiava la vita inseguendo un mammut superava tutti i suoi competitori e vinceva la mano della bella locale - e adesso noi siamo rimasti con i suoi geni da “macho”.

La stessa identica logica evoluzionistica caratterizza la vita di mucche e vitelli nei nostri allevamenti industriali. Gli antichi bovini selvatici erano animali sociali. Per sopravvivere e riprodursi, dovevano comunicare, cooperare e competere efficacemente. Come tutti i mammiferi sociali, i bovini selvatici hanno acquisito le capacità relazionali che servivano attraverso il gioco. I cuccioli di cane e gatti, i vitelli e i bambini amano tutti giocare perché l’evoluzione gli ha impiantato questo bisogno. In natura, dovevano giocare. Se non giocavano, non avrebbero acquisito le capacità sociali necessarie per la sopravvivenza e la riproduzione. Se un cucciolo di gatto o un vitello nasceva con una qualche mutazione rara che lo rendeva indifferente al giocare, era poco probabile che sarebbe riuscito a sopravvivere e tanto meno a riprodursi, come allo stesso modo loro non sarebbero esistiti in primo luogo se i loro antenati non avessero appreso quelle abilità. In maniera simile, l’evoluzione ha inculcato nei cuccioli di cani e gatti, nei vitelli e nei bambini un desiderio esagerato di legarsi alla madre. Una mutazione casuale che avesse indebolito il legame madre-figlio equivaleva ad una sentenza di morte.

post-picture “COWS”* by Ciro Meggiolaro (CC BY-NC-ND 4.0)


Che succede oggi quando un allevatore prende una giovane vitella, la separa dalla madre, la mette in una piccola gabbia, la vaccina contro varie malattie, gli da cibo ed acqua, e poi, quando è cresciuta abbastanza, viene inseminata artificialmente con lo sperma di un toro? Da un punto di vista oggettivo, questa vitella non ha più bisogno né del legame materno né di compagni di gioco per poter sopravvivere e riprodursi. Tutti i suoi bisogni sono stati curati dal suo padrone umano. Ma da una prospettiva più soggettiva, la vitella sente ancora una forte necessità di creare un legame con la madre e di giocare con altri vitelli. Se questi bisogni non sono soddisfatti, la vitella soffre immensamente.

post-picture

Questa è la lezione basilare della psicologia evolutiva: un bisogno che si è formato migliaia di generazioni fa continua ad essere sentito soggettivamente anche se non più necessario alla sopravvivenza e alla riproduzione nel presente. Tragicamente, l’evoluzione agricola ha dato all’uomo il potere di assicurare la riproduzione degli animali domestici ignorandone i bisogni soggettivi. Di conseguenza, gli animali addomesticati sono collettivamente gli animali più prosperosi al mondo, e allo stesso tempo sono individualmente gli animali più miserabili che sono mai esistiti.

La situazione è solo peggiorata negli ultimi secoli, durante i quali l’agricoltura tradizionale ha fatto spazio all’allevamento industriale. Nelle società tradizionali come l’antico Egitto, l’Impero Romano o la Cina medievale, gli uomini avevano una conoscenza limitata di biochimica, genetica, zoologia ed epidemiologia. Di conseguenza, i loro poteri manipolativi erano limitati. Nei villaggi medievali, i polli scorrazzavano liberi tra le case, beccavano semi e vermi dalla spazzatura, e costruivano nidi nei fienili. Se un ambizioso abitante del villaggio avesse provato a chiudere 1.000 polli dentro un pollaio affollato, ne sarebbe probabilmente risultata un’influenza aviaria epidemica mortale, che avrebbe ucciso tutti i polli assieme a molti abitanti del villaggio. Nessun prete, sciamano o stregone avrebbe potuto evitarla. Ma una volta che la scienza moderna è riuscita a decifrare i segreti degli uccelli, dei virus e gli antibiotici, gli umani hanno potuto iniziare a sottoporre gli animali ad estreme condizioni di vita.

Con l’aiuto di vaccinazioni, medicazioni, ormoni, pesticidi, sistemi centralizzati di aria condizionata e di mangiatoie automatiche, è ora possibile ammassare decine di migliaia di polli in piccoli pollai, producendo carne e uova con efficienza senza precedenti.

post-picture

Il destino degli animali in queste installazioni industriali è diventato uno dei problemi etici più urgenti del nostro tempo, sicuramente in termini di numeri coinvolti. Questi giorni, la maggior parte dei grandi animali vivono in allevamenti industriali. Spesso ci immaginiamo che il nostro pianeta sia abitato da leoni, elefanti, balene e pinguini. Questo è forse vero nei programmi di National Geographic, nei cartoni Disney e nelle favole per bambini, ma non è più vero per quanto riguarda il mondo reale. Nel mondo ci sono 40.000 leoni, ma per contrasto, ci sono 1 miliardo di maiali addomesticati; 500.000 elefanti e 1,5 miliardi di mucche addomesticate; 50 milioni di pinguini e 20 miliardi di polli.

Nel 2009, c’erano 1.6 miliardi di uccelli selvatici in Europa, considerando tutte le specie presenti. Lo stesso anno, l’industria della carne e delle uova europea ha allevato 1.9 miliardi di polli. In totale, gli animali addomesticati del pianeta pesano 700 milioni di tonnellate, comparato alle 300 milioni di tonnellate per gli uomini, e meno di 100 milioni di tonnellate per i grandi animali selvatici.

È per questo motivo che il destino degli animali da allevamento non è un problema etico a parte. Riguarda la maggior parte dei grandi animali della Terra: dieci miliardi di creature senzienti, ognuna con un complesso mondo di sensazioni ed emozioni, ma che vivono e muoiono in un linea di produzione industriale. Quarant’anni fa, il filosofo morale Peter Singer pubblicò il suo libro canonico Animal Liberation (Liberazione Animale), che ha contribuito molto a cambiare la mentalità delle persone su questo problema. Singer affermava che l’allevamento industriale è responsabile di più dolore e miseria di tutte le guerre della storia messe assieme.

Lo studio scientifico degli animali ha avuto un ruolo cupo in questa tragedia. La comunità scientifica ha usato la sua crescente conoscenza degli animali principalmente per manipolare le loro vite più efficientemente al servizio dell’industria dell’uomo. Tuttavia, questa stessa conoscenza scientifica ha dimostrato oltre ogni dubbio che gli animali da fattoria sono esseri senzienti, con relazioni sociali complesse e schemi psicologici sofisticati. Forse non saranno intelligenti tanto quanto noi, ma di certo conoscono il dolore, la paura e la solitudine. Anche loro possono soffrire, e anche loro possono essere felici.

È giunto il momento di avere a cuore queste scoperte scientifiche, perché con il continuo aumento del potere dell’uomo, anche la nostra capacità di far del male o del bene ad altri animali cresce. Per quattro miliardi di anni, la vita sulla Terra è stata governata dalla selezione naturale. Ora è sempre più regolata dal progetto intelligente dell’uomo. Nell’immediato futuro, biotecnologia, nanotecnologia e intelligenza artificiale potranno permettere all’uomo di rimodellare le creature viventi in nuovi modi radicali, che ridefiniranno il vero significato della vita. Quando arriveremo a rimodellare questo mondo tutto nuovo, dovremmo considerare il benessere di tutti gli esseri senzienti e non solo quello dell’Homo sapiens.

post-picture “Sheep in the forest farm” in Moletai Lithuania by Inga Samusiene (CC BY-NC-ND 4.0)



  1. In una lettera alla rivista uscita l’11 dicembre 2019. Helen Harwatt, insegnante della Harvard Law School negli Stati Uniti è l’autore principale della lettera, supportata da oltre 50 importanti esperti, tra cui il prof. Pete Smith, dell’Università di Aberdeen, nel Regno Unito, autore senior del rapporto del gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) sull’uso del suolo e dei cambiamenti climatici, uscito ad Agosto. https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196(19)30245-1/fulltext 

  2. https://www.theguardian.com/environment/2019/dec/12/peak-meat-climate-crisis-livestock-meat-dairy 

  3. http://www.qualeformaggio.it/scienza-e-cultura/17235-accademia-delle-scienze-usa-piu-danni-che-vantaggi-dalla-zootecnia-intensiva/ Lo studio non include i costi sanitari derivanti dal consumo di prodotti di origine animale (il consumo di carne rossa è stato associato con un rischio aumentato di malattie croniche), né include i costi economici di altre forme di inquinamento, come appunto le emissioni di gas climalteranti. Qui l’abstract https://www.pnas.org/content/116/40/19857 

  4. https://www.theguardian.com/books/2015/sep/25/industrial-farming-one-worst-crimes-history-ethical-question?fbclid=IwAR2vBHpwUJTKXNH01aEUbCfrAXO_oNivcQnhTDTRcRLdd-g73WBqMJ3-KgM&sfns=mo 

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