La biodiversità messa in pericolo dal profitto

10 Nov 2020 - di Lara Lamon
XR Magazine Notizie Società



La diminuzione di biodiversità è in atto ovunque, negli oceani, nel suolo, nell’aria, ad una velocità senza precedenti. I santuari della biodiversità mondiale come la foresta amazzonica, il bacino del Mekong, quello del Congo, sono sottoposti a pressioni antropiche sempre crescenti. La loro protezione è subordinata allo sviluppo economico. Un articolo intitolato “Biodiversity policy beyond economic growth”, commentato da una nostra redattrice, ci spiega il perché.

È sufficiente passeggiare nelle nostre città e avere un po’ di spirito di osservazione per capire che la biodiversità sta diminuendo. Mentre passeggiavo nel parco del quartiere in cui vivo, anni fa mi sono accorta di una serie di graffiti che rappresentavano farfalle azzurre su dei parallelepipedi di cemento grigio, installati sul prato per sdraiarsi. Era primavera inoltrata, il prato era in fiore, e non ho potuto fare a meno di notare che non c’era l’ombra di una farfalla. 

Qualche mese dopo, nello stesso quartiere, mi sono stupita all’avvistamento di un piccolo gruppo di lucciole: da anni non ne vedevo, e in città non me le sarei mai aspettate. Le siepi impenetrabili ai bordi di un piccolo terreno rimasto incolto per anni erano state sradicate, e dalla strada si poteva vedere lo spazio verde, quasi selvaggio, che si era sviluppato su quella superficie lasciata a sé stessa. Il terreno si trovava tra due condomini di quattro piani. La settimana dopo questo felice avvistamento, ho visto però con rammarico il cantiere edile che nel giro di un anno avrebbe generato il condominio di sei piani che sorge ora al posto di quell’inaspettato e sorprendente quadrato verde. 

Le nostre città non sono certo state pensate per essere la culla della biodiversità, essendosi sviluppate in modo abnorme e in tempi troppo brevi, per accogliere una popolazione che, a livello mondiale, è quadruplicata in 3 o 4 generazioni. Questa crescita  è stata trainata da ideali di sviluppo che vanno di pari passo con l’incremento dello sfruttamento di risorse naturali. Quindi può non stupire che non siano molte le specie di farfalle che vivono nei parchi cittadini, o che non ce ne siano affatto, soprattutto se consideriamo il contesto italiano, dove ancora oggi vince la cementificazione, che genera ricchezza nonostante l’evidente eccedenza di edifici.

Quello che preoccupa è che la diminuzione di biodiversità è in atto ovunque, in terra, mare e cielo, ad una velocità senza precedenti dall’ultima glaciazione. Preoccupa anche che la causa siamo noi, con il nostro stile di vita, come testimoniano le relazioni sullo stato della biodiversità pubblicate nel 2019 dalla piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità  (IPBES, 2019), e dalla Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (FAO, 2019).

Ve ne siete accorti anche voi?

Quello che preoccupa è anche e soprattutto che questa perdita sta interessando addirittura aree che storicamente venivano considerate una riserva preziosa di biodiversità. Ad esempio, la foresta amazzonica, che molti di noi considerano sin dall’infanzia un polmone verde da preservare ad ogni costo, a tutt’oggi riserva di cibo, sostanze medicinali, e specie da impiegare in agricoltura in tutto il mondo, è sottoposta a pressioni antropiche sempre crescenti (IPBES, 2019), assieme al bacino del Mekong e al bacino del Congo.

Perché queste zone così speciali e indispensabili invece di essere preservate vengono danneggiate da pressioni antropiche orientate principalmente allo sviluppo economico? E come si può fare per fermare questa tendenza distruttiva? 

Alcuni spunti per dare delle risposte a queste domande si trovano nell’articolo “Biodiversity policy beyond economic growth” scritto da un gruppo di scienziati piuttosto nutrito, e pubblicato lo scorso febbraio sulla rivista scientifica Conservation letters (https://conbio.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/conl.12713). L’articolo analizza il rapporto esistente tra l’indicatore economico che governa le nostre vite, il prodotto interno lordo (PIL), e la perdita di biodiversità. Indaga le ambiguità nelle politiche che sono state adottate in passato nel tentativo di tutelare la biodiversità e propone una possibile direzione per la definizione di approcci di gestione che in futuro possano tutelarla davvero, anche attraverso un rinnovato modello economico.  Gli autori considerano il PIL perché, da indicatore della capacità di un sistema di produrre e vendere beni, è, di fatto, diventato il principale indicatore di salute dell’economia ed è quindi la variabile più importante nelle decisioni di politica economica (https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/pil.htm).

Gli autori analizzano il legame tra il PIL e la biodiversità attraverso tre fattori: la destinazione d’uso del suolo, il cambiamento climatico, l’introduzione di specie aliene, come mostrato in figura 1 (dall’articolo di Otero et al., 2020).

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Figura 1. La crescita economica aumenta l’uso e lo scambio di risorse naturali, azione che impatta la perdita di biodiversità attraverso i meccanismi analizzati da Otero et al.: cambiamento climatico, uso del suolo, introduzione di specie aliene (Otero et al., 2020).

Vediamo qui uno dei fattori considerati: l’uso del suolo. Forse è capitato anche a voi, mentre stavate chiusi in casa in alcune giornate grigie durante il recente lock-down, “costretti” a godere del panorama che vi è toccato a casa vostra, di chiedervi com’era il vostro quartiere prima dell’urbanizzazione. Nel ventesimo secolo la domanda di suolo urbano è aumentata rispetto al periodo precedente, come l’area dedicata all’agricoltura, che ha visto un incremento del 70-80% a spese degli ecosistemi naturali.  Contemporaneamente, si è verificato un aumento di sei volte della produttività agricola dei suoli grazie all’uso massiccio di sistemi irrigui, meccanizzazione, pesticidi, erbicidi, fertilizzanti e all’introduzione di nuove varietà vegetali, . Nello stesso periodo, il PIL ha seguito lo stesso andamento, mentre la biodiversità è diminuita sia in termini di perdita e di frammentazione degli habitat naturali, che in termini di erosione e degradazione del suolo, salinizzazione, e di impoverimento della materia organica contenuta in esso. Questo disturba le comunità che vivono nel suolo, con il risultato di una omogeneizzazione biotica, che diventa tossica per le piante con effetti a cascata sull’ecosistema, arrivando a mettere in pericolo specie di uccelli, mammiferi, anfibi ed insetti.

Questo andamento, assieme agli altri due fattori considerati dal gruppo di scienziati, dimostra chiaramente che la crescita economica e demografica hanno  avuto un impatto distruttivo sulla biodiversità.   La biodiversità è proprio il fondamento  che assicura il funzionamento della Biosfera, ed è la Biosfera che mantiene sulla Terra condizioni compatibili con la vita, differenziando il nostro pianeta dagli altri.  Senza Biosfera, la Terra oggi somiglierebbe molto a Marte. Questo patrimonio è dunque vitale per tutti noi e per questo sono state istituite commissioni sovranazionali, come la piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità (IPBES https://ipbes.net/), e la Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (FAO http://www.fao.org/home/en/). 

Allora perché la biodiversità sta ancora diminuendo? 

Le politiche per la tutela della biodiversità sono state concepite dando la priorità alla  crescita economica, considerata necessaria per evitare la povertà e per raggiungere la prosperità. A fronte dell’emergenza ambientale e alla perdita di biodiversità, nel 1992 nella dichiarazione di Rio de Janeiro su Ambiente e Sviluppo il concetto di crescita economica è stato affiancato a quello di sviluppo sostenibile. Ma di 28 report patrocinati dalle Nazioni Unite e pubblicati tra il 1972 e il 2016, focalizzati sullo studio delle politiche sulla sostenibilità, solo 6 riconoscono esplicitamente che la crescita economica è problematica per la biodiversità.

È evidente dunque perché la biodiversità non venga di fatto tutelata: c’è un conflitto di interessi: sarebbe come se il “progresso” nella sua accezione corrente  dovesse autolimitarsi nella sua avanzata. 

Esistono però delle alternative. Uno sviluppo urbano ragionato, ad esempio, potrebbe limitare l’espansione delle città, riducendo la frammentazione degli habitat periurbani, conservando gli spazi verdi esistenti, o ampliandoli e dedicando spazio a corridoi verdi. Un’economia alternativa di prosperità verso la decrescita, basata su altri indicatori rispetto al PIL, potrebbe ridurre la pressione sugli ecosistemi.  Lo stile di vita che dobbiamo sostenere per mantenere il trend del PIL in crescita sta portando, tra le altre cose, alla sistematica distruzione del sistema vitale del Pianeta, scatenando conseguenze difficilmente prevedibili nel dettaglio, certamente catastrofiche. Continuare a subordinare lo sviluppo delle politiche di tutela della biodiversità alla politica economica basata sulla crescita  PIL è semplicemente insostenibile.

Una via alternativa è possibile, verso una maggiore conoscenza e cura del territorio e verso una maggiore consapevolezza delle scelte che facciamo tutti i giorni, e delle loro conseguenze.

 

Bibliografia

Otero, I., Farrell, K. N., Pueyo, S., Kallis, G., Kehoe, L., Haberl, H., Plutzar, C., Hobson, P., García-Márquez, J., Rodríguez-Labajos, B., Martin, J. L., Erb, K. H., Schindler, S., Nielsen, J., Skorin, T., Settele, J., Essl, F., Gómez-Baggethun, E., Brotons, L., … Pe’er, G. (2020). Biodiversity policy beyond economic growth. In Conservation Letters. Wiley-Blackwell. https://doi.org/10.1111/conl.12713

FAO. (2019). Biodiversity policy beyond economic growth. Report. http://www.fao.org/state-of-biodiversity-for-food-agriculture/en/

IPBES. (2019). Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services | IPBES. https://ipbes.net/global-assessment